
Erik, come è nato Videocracy?
«Io vivo in Svezia da oltre 20 anni, e mai come adesso all'estero c'è l'ossessione per l'Italia: domande di amici, dibattiti sui giornali e in tv... Non ci capiscono: perché Berlusconi? Perché una tv di donne nude? Perché questa cultura televisiva e basta? Chi dall'estero vede tutto questo con superficialità, ride: la cosa mi intristisce. Tanto che all'inzio avevo pensato di farci un film: poi ho fatto questo documentario. Con Videocracy vorrei far capire l'italia all'estero, e capirla io stesso: perché quando leggi che l'80 per cento degli italiani ha la tv come fonte primaria d'informazione, vuoi capire perché. L'ultimo perché, forse il più tipicamente italiano, è spiegare il rapporto strettissimo tra la tv e il potere».
In realtà non solo la tv, ma tutta l'informazione è vicinissima al potere politico, anche la stampa scritta intendo: è quasi un fatto storico...
«Sì. Se ci fosse una situazione di equlibrio sarebbe anche interessante, ma è proprio lo squilibrio pazzesco che c'è in Italia che da fuori stentano a capire. Il mio non è un documentario militante: il mio è un approccio emotivo alle emozioni che dominano in Italia oggi. Non faccio un saggio storico, ma racconto storie».
All'estero i commenti sono: “da noi non potrebbe mai accadere”...
«Non è vero. Videocracy significa videocrazia: quello che il mio documentario dice è che da noi si è instaurato un nuovo regime politico basato sul potere delle immagini. Chi le controlla, controlla le emozioni degli elettori e vince. Per eccesso, potremmo dire che l'Italia sarebbe il paradiso per uno come Obama: peccato che in Italia non abbiamo nessun Obama...
È la società delle immagini:quello che sta accadendo da noi ormai da 30 anni, da quando Berlusconi è entrato in scena, potrebbe accadere ovunque. Siamo il key state, il paese test. Berlusconi vince semplicemente perché sa usare emozioni e immagini meglio di chiunque altro. La sinistra perde perché punta ancora sulle parole, la retorica e la razionalità. Ma è così ovunque. Il mio precedente lavoro è stato su Guantanamo: quando arrivi lì, ti accolgono con il massimo di gentilezza, ti trattano benissimo, non ti censurano per niente. Puntano, appunto, sulle emozioni: dicono “noi trattiamo i nostri prigionieri nello spirito della Convenzione di Ginevra”. Della convenzione non gliene frega nulla, ma "nello spirito" fa sembrare le cose molto meglio ti quanto siano in realtà. Questo è il futuro».
Nel tuo film vediamo Lele Mora, Fabrizio Corona, Briatore, ma anche aspiranti tronisti, veline e concorrenti del Grande Fratello: che differenze hai notato tra i famosi e gli aspiranti tali?
«Io non ho fatto un documentario su Berlusconi, ma sulla sua Italia, quella che ha costruito entrandoci nella testa in questi 30 anni, come dice Moretti in Il Caimano. Non mi interassava raccontare la destra contro la sinistra, i pro e i contro Berlusconi: io racconto l'Italia dei famosi tv - quelli della Costa Smeralda e del Grande Fratello -, e di tutti gli altri che ne sono fuori. Corona è veramente il simbolo: capitalizza tutta la frustrazione dei ragazzi italiani che si sentono dominati dai vip. Dice: se prendi un cellulare, li fotografi, vendi le foto, diventi potente esattamente come i vip... E tutti hanno un celllulare».
Hai avuto difficoltà a incontrare questi personaggi?
«Assolutamente no. Sono molto egocentrici e io mi presentavo loro con una cinepresa, dicendo che stavo facendo un film per l'Ente cinematografico svedese. Erano disponibilissimi, forse pensando che nessuno in Italia avrebbe visto il film. Penso di aver goduto un po' dell'effetto Borat. Li osservo come se fossimo in un enorme backstage: il mio non è un documentario alla Michael Moore, il mio approccio è più da Alice nel paese delle meraviglie. Non a caso mi ha colpito il modo in cui parlano di se stessi e della tv: in Svezia la tv è un apparato lontano per la gente, qui invece è vicinissima, è un vero mostro. Un ragazzo, Ricky, dice: "quando vai in tv sei 10 volte più grande degli altri, sei immortale”. E Corona ha puntato tutto sul mostrarsi il ribelle che non è. Alla fine si è quasi autodistrutto, ma sapendo che sarebbe rimasto quello che ci aveva almeno provato».
Videocracy è già lo scandalo annunciato del festival. È vero che è stato rifiutato dalle sezioni ufficiali e per questo viene presentato come evento delle due sezioni autonome, la Settimana della Critica e Le Giornate degli autori?
«Di questo non so nulla: seguo queste vicende dalla Svezia. L'unica cosa che so, è che era stato proposto dall'Istituto Cinematografico svedese, e che poi l'hanno preso come evento speciale doppio. Gli altri giochi non li conosco. Comunque chi ha visto il film, come il mio amico Matteo Garrone, non l'ha trovato aggressivo. Il film andrà anche al Toronto e poi girerà altri festival: l'interesse per l'Italia oggi è altissimo».
E Berlusconi quanto c'è nel film? L'hai filmato direttamente o usi materiali di repertorio?
«Berlusocni è onnipresente, in video e in spirito. L'ho filmato in ogni situazione, senza problemi: penso per gli stessi motivi per cui Corona e gli altri non mi hanno mai ostacolato, anzi. Il film è una specie di fiaba e lui è il fantasma: è onnipresente anche nei discorsi dei miei "personaggi". Esattamente come nella realtà: giusto?».
Ma tu cosa pensi, sinceramente, di questa nostra videocrazia in cui Berlusconi, Lele Mora, le escort, il Grande Fratello sono i punti di riferimento? Siamo il Paese in cui un ministro dice di non scandalizzarsi, perché da sempre "dove c'è potere, c'è sesso"?
«Provo un'immensa tristezza. Non conosco le escort, ma mi fa riflettere il fatto che alcune si siano armate di telefonino e abbiano registrato... In un certo senso, è la stessa cosa che faccio io: entrare in un mondo e raccontrarlo. Mi piacerebbe che anziché i vari Corona ed escort, lo facessero i documentarisiti, i registi, gli uomini di cultura. Perché poi, come dimostrano loro, oggi entrare in questo mondo è facile. E non devi più avere una casa di produzione per fare un film: basta un cellulare, appunto. Estremizzando, anche Saviano avrebbe potutto usare una telecamerina invece della parola scritta, e fare di Gomorra un film invece che un libro. Cio sono talmente tante storie da raccontare e oggi è così facile anche con il cellulare...
E per quanto riguarda quell'affermazione, ti dico solo che se fossi una donna in Italia, oggi, urlerei "basta": sarà perché ho due bambine e me ne sto in Svezia, ma non capisco proprio perché le italiane non si incazzano».
Erik Gandini è nato a Bergamo nel 1967, e vive in Svezia da quando aveva 19 anni. A Stoccolma ha studiato documentari e cinema: il primo lavoro è del 1994. Ha girato Not Without Prijedor (un gruppo di rifugiati bosniaci che dalla Svezia torna in patria per combattere a Sarajevo), Sacrificio. Chi ha tradito Che Guevara, Surplus e Gitmo. Le nuove regole della guerra (su Guantanamo). Collabora con la Zentropa di Lars Von Trier: «abbiamo litigato per il Dogma, che lui voleva applicare anche al documentario: io allora ho girato un docu che contraddicceva tutti e dieci i suoi punti. Ma è gentilissimo: soprattutto, è un genio assoluto». Videocracy è coprodotto proprio da Zentropa.