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Festival dei Popoli: The Land of Jerry Cans

In Kurdistan, sul confine tra Iraq e Iran, inseguendo taniche di carburante

Paola, raccontaci questa storia quasi surreale delle taniche di petrolio e derivati, al confine tra Iran e Iraq...
«Nessuno lo sa, ma è una cosa che accade regolarmente nel Kurdistan iracheno, oggi regione autonoma all'interno dell'Iraq, con un suo presidente e un suo parlamento, ma dipendente per tutto da Bagdad. Forse perché nessuno ci va, anche se ci sono voli che, dalla Turchia, ti ci portano direttamente. Avevo dei contatti, passatimi da colleghi giornalisti. Nel mio viaggio, c'è sia il lato avventuroso che quello politico, per il paradosso legato a questo confine particolare: i confini già di loro sono fatti per impedire scambi che la natura umana vorrebbe fare senza condizioni, e qui tutto è esasperato, per la storia recente e per il tipo di contrabbando che si svolge. È una zona dove uno stesso popolo, quello curdo, vive diviso: sono divise le famiglie, i campi... E poi c'è il contrabbando: i curdi iracheni portano in Iran di tutto (anche i condizionatori, come fanno i vambini nel film, ndr), ma in Iraq invece entrano solo petrolio e derivati, nelle taniche trasportate a dorso di mulo. Perché ufficialmente il petrolio non può entrare nel Kurdistan iracheno. Non a caso un personaggio dice: “il paradosso è che mentre il mondo combatte una guerra per il petrolio dell'Iraq, noi dobbiamo contrabbandarlo dall'Iran, il nostro nemico storico”».

Una storia incredibile: tu come l'hai scoperta?
«Noi occidentali sappiamo molto di quanto accade a Bagdad, ma quella è una zona considerata molto pericolosa: neppure i reporter ci vanno. Ci sono ancora, secondo Emergency, 9 milioni di mine sepolte e risalenti alla guerra Iraq/Iran degli anni Ottanta. In più, i turchi bombardano anche due volte al giorno».

Eppure vedendo il tuo film, sembra che tu ti sua mossa "liberamente"...
«Sì, ci sono lunghi piani sequenza che ho potuto girare senza che nessuno mi dicesse nulla. Per dire, mentre filmavo l'uomo che smonta le taniche dai muli, cosa ovviamente illegale, si è messo a piovere e un altro contrabbandiere mi ha coperto con la sua giacca. A volte ho notato espressioni di sorpresa, ma perché ero una donna da sola che filmava: da quelle parti le donne escono solo per la spesa».

Eri proprio da sola?
«Non proprio: ero con Ferhad, un giornalista locale. È sua la voce off. L'ho trovato dopo una specie di casting: alcuni avevano paura, altri volevano tanti soldi e altri ancora pretendevano i confort che gli garantiscono i giornalisti famosi. Avevo bisogno di un interprete che fosse anche ben inserito negli ambienti militari, perché altrimenti certi check point non li avvicini e io con lui sono riuscita a filmare anche a uno, due metri dal confine: gli iraniani controllano il confine con binoccoli e se si accorgono di qualcuno che riprende possono anche sparare. Adesso sto cercando di farlo venire in Italia, per Firenze e poi per Filmmaker a Milano, ma l'anmbasciata non ci aiuta: hanno paura che da curdo, chieda asilo, ma lui ha un bambino piccolo.. Era così entrato nella mia testa che alla fine io filmavo e lui intervistava, ha ottenuto risposte che io non avrei mai ottenuto. La sua voce è importantissima: più della mia, che ci sono solo alla fine, quando la donna si rivolge a me, dicendomi "non andartene via"».

Quanto ti sei fermata?
«Sono andata ad aprile 2009, per tre settimane, dopo che un collega fotografo mi aveva detto del contrabbando di benzina. Poi lì ho scoperto la tanica, così onnipresente: ci sono colline coperte di taniche, perché questo traffico è l'unica attività della zona. Nel catalogo di Firenze è scritto: “questo film parla di come una popolazione di guerrieri è stata costretta a diventare di contrabbandieri”... Verissimo: i curdi sono perseguitati da sempre. Nel film lo racconta Alias Haieder Mohammed, segretario del partito comunista curdo: è lui che racconta il presente e il passato dei curdi-iracheni. Una stroia di guerre».

Lo dice una madre molto anziana, i cui famigliari sono stati massacrati...
«Lei stessa è stata arrestata e torturata, in quanto moglie e madre di comunisti. Suo figlio ha combattutto sulle montagne e poi è morto... Oggi quei guerrieri sono stati normalizzati, arrualati nell'esercito e nella polizia. Quella donna, Gohar, racconta anche di come questi luoghi per lei erano una specie di Paradiso terrestre, prima dell'Inferno dei bombardamenti e la pulizia etnica di Saddam».

Hai portato il tuo film a New York, al festival di Abel Ferrara. Ora aFirenze, e tra poco sarà presentato anche a Milano, a Filmmaker. E poi?
«Con i miei produttori della Invisible Film e il mio co-sceneggiatore Stefano Copelli, stiamo lavorando a un progetto sui confini, per la tv: forse saranno tre o quattro puntate... Ne ho già iniziato un altro, nel Nord dell' Albania, sul confine col Kosovo. Una zona senza tetto né legge, di persone mai sottomesse, uno Stato nello Stato, dominato dal banditismo e dalla legge medioevale del Kanun, che regola le faide tra famiglie ammettendo la vendetta... Vige ancora la legge per cui, se una famiglia ha perso ogni erede maschio, subentra la vergine giurata, una donna vergine che diventa uomo a tutti gli effetti: giuridici e visivi, taglia i capelli, fa professioni da uomo ed entra nella società maschile, dialoga con gli uomini nei bar dei camionisti. Ne ho incontrata una che fa la tassista, e vorrei coniugare la sua storia con quella del confine... E poi magari girerò a Kaliningrad, enclave russa nell'unione europea, e sul confine che non c'è tra Valloni e Fiamminghi in Belgio, e poimagari tornare a Gerusalemme Est...».

PAOLA PIACENZA è giornalista: si occupa di cinema, ma è attentissima anche alle questioni arabe e mediterranee. Dopo un documentario su Cipro, ha diretto The Land of Jerry Cans, in programma al 50mo Festival dei Popoli di Firenze.

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