
Venticinque anni sono un bel traguardo, un quarto di secolo, un pezzo di storia, 25 anni ci danno pure la possibilità di votare per il Senato, non è soddisfazione da poco, vuol dire che siamo diventati “grandi”, adulti, nel pieno delle nostre facoltà e del nostro vigore. Così speriamo, almeno. Dal 1985 a oggi sono passati, per l’appunto, 25 anni, un’era geologica vista la velocità con cui tutto cambia e si trasforma. Per capire com’eravamo a me viene in mente un fatto avvenuto due anni dopo il fatidico 1985, per l’esattezza il 28 maggio 1987. Ho bene impressa nella memoria la foto che mostra l’atterraggio, tra lo stupore generale, di un piccolo aereo da turismo sulla Piazza Rossa, a Mosca. Ai comandi del Cessna 172, noleggiato in quel di Uetersen nel Nord della Germania, c’è un ragazzo tedesco. Ha 19 anni e si chiama Mathias Rust. Arrestato, processato e incarcerato (si sa, i sovietici non avevano grande senso dell’umorismo), Rust viene dipinto dall’opinione pubblica come un fuori di testa, un pericolo per il precario equilibrio mondiale. Lui nega, e sostiene che era sua intenzione gettare un ponte tra le superpotenze. Non gli credono, ma ai fini della nostra storia poco importa. Quella foto però, e questo importa assai invece, cattura lo spirito dei tempi. Un ragazzo di 19 anni, solo, appassionato di avventure e di fantasie irrealizzabili, alla disperata ricerca di 15 minuti di celebrità, e disposto a tutto pur di ottenerli, anche a mettere in scena una sfida impossibile. Un individualista. Figlio di un’epoca che si getta alle spalle con senso di sollievo i grandi movimenti di massa degli anni Sessanta e Settanta. Dal NOI all’IO. Rust non si mette in relazione con gli altri, non empatizza, non gli importa nulla che non sia la rivendicazione di sé. Con quel gesto vuol testimoniare la propria esistenza: “io esisto”. Punto e basta. Ed è proprio questo desiderio, questo impulso a legittimare la propria, irriducibile individualità, la propria straordinaria unicità che Max coglie fin dal primo numero, due anni prima, nel marzo 1985. È una rivoluzione. E un argomento forte, che trova sponda anche nella politica e nella polemica tra i partiti. A sinistra si rispolvera un anarchico, Proudhon, e si scopre il “merito”, a destra si afferma Reagan e si coltiva insofferenza per lo Stato che mette becco nella vita dei cittadini. Il mondo oggi è molto cambiato, non sono tornati in auge i modelli aggregativi degli anni Sessanta e Settanta, ma si sta affermando in modo tumultuoso e un po’ caotico un nuovo desiderio di ritrovarsi, di stare insieme, di condividere esperienze, passioni e sentimenti. I gruppi, anche quelli più grandi, non sono più monolitici, come 50 anni fa, la crisi economica ne crea uno enorme, ad esempio, quello dei senza lavoro, da cui tutti, a ragione, cercano al più presto di fuggire a gambe levate: si entra e si esce dai gruppi con più facilità e più fatica insieme, e questo è già un bel paradosso. In Italia si torna a parlare di campanilismo, prende quota l’idea della comunità coesa e, ahimè, antica (siamo un Paese vecchio), aumentano le sette, anche quelle più pericolose, aumentano le lobby, i gruppi di pressione. E poi c’è il web, c’è Facebook, c’è Twitter, le amicizie virtuali sono virtuali ma sono pur sempre amicizie, l’amicizia resta un valore solido, forte, “maschile”. Com’è Max, che oggi, nel 2010, cerca ancora di raccontare cosa sta succedendo intorno a noi, e lo fa con un’anima e con radici forti, quelle stesse radici che hanno cominciato a crescere nel 1985. Max è un amico che ogni giorno ha qualcosa da dirti dalle pagine del proprio sito, che ogni mese veicola nuove emozioni dalle pagine del giornale, un amico che puoi incontrare nei 100 locali scelti da noi in tutta Italia. Il compito che abbiamo di fronte è difficile: costruire il “maschile” del nuovo millennio in una realtà frammentata, incerta, scivolosa. La narrazione dell’oggi procede a strappi, ma Max ce la farà. Forse, ce l’ha già fatta, e lo dico incrociando le dita per non sfidare le leggi del destino, sì ce l’ha fatta. Con il vostro aiuto, naturalmente, con l’aiuto degli “amici di Max”. E per finire voglio ringraziare tutti i direttori che mi hanno preceduto: Paolo Pietroni, il fondatore senza il quale Max non esisterebbe, Carlo Dansi, Paolo Bonanni, Giuseppe Di Piazza, Andrea Monti. A molti di loro sono legato da sincera amicizia, e ad Andrea Monti un particolare “in bocca al lupo” per la nuova, prestigiosa direzione della Gazzetta dello Sport. Voglio ringraziare tutti quelli che hanno scritto, fotografato, disegnato per Max, voglio ringraziare tutti i lettori che ci hanno seguito finora e, soprattutto, quelli che continueranno a seguirci. Grazie. L’avventura continua.
Andrea Rossi
caromax@rcs.it