«Non ho il piano in casa. Non mi esercito mai. Però ripasso mentalmente, ho una poderosa memoria tattile. Bisogna allontanarsi dallo strumento, abbandonare la manualità per comporre. Non è che io sia un genio. O un pazzo. Tutti gli studenti di conservatorio sanno che funziona così».
Così, infatti, fanno i grandi pianisti. Giovanni Allevida Ascoli Piceno ha 38 anni, compone, suona, scrive libri (La musica in testa, Rizzoli) e dirige orchestre. L’ultima è stata quella sinfonica dei virtuosi italiani e il risultato s’intitola Evolution, un disco di “classica contemporanea” (come la chiama lui) che ha scalato la classifica accanto a Ligabue e Coldplay.
Un cd che gli ha fatto superare le 300 mila copie, se le sommiamo a quelle vendute con Joy (l’album rivelazione del 2006), No concept e Allevilive. Risultati fenomenali considerati quelli disastrosi della discografia pop. «Io ho sempre creduto nella mia musica. Anche quando mi alzavo alle 5 per prendere il treno e alle 8 correvo alla scuola media di Santo Stefano Ticino per fare il supplente di educazione musicale. Lo stipendio non bastava mai e mi toccava pure fare il cameriere. Ma sapevo che avrei dovuto resistere solo ancora un po’ per essere felice».
A 22 anni ha sposato Nada: i due stanno ancora insieme nonostante lui macini più di 130 concerti all’anno e non abbia trovato il tempo per ristrutturare il bagno. «Abitiamo a Milano in un bilocale sulla Darsena perché devo vivere vicino all’acqua. Quando vivevo a piazza Cinque Giornate tenevo le mani immerse nel lavandino. Ma non era la stessa cosa».
Per muoversi usa solo la metropolitana: «la mia Panda verde è rimasta nel garage dei miei. Preferisco i mezzi pubblici, il contatto con la gente. Mi fa sentire più… contemporaneo».
Sarà per questo che gli accademici non lo tollerano? «Avevano una teoria: il pubblico diserta i concerti perché è ignorante. Invece la gente ai miei viene, eccome. La verità? Gli accademici peccano di superbia e disprezzano il popolo. Quando i miei dischi hanno iniziato a vendere ho provocato uno tsunami nel mondo della musica classica».
Sostengono che la sua musica sia troppo semplice, quasi pop. «Per Elisa di Beethoven è elementare. Mozart e Verdi scrivevano per la gente della strada, non per l’élite». Lo sapevano bene i suoi genitori, entrambi insegnanti di musica. Per non illuderlo, però, gli nascondevano il piano: lui lo suonava di nascosto, già a quattro anni. Ma preferì laurearsi in filosofia nonostante 20 anni di conservatorio.
Il primo a credere in lui è stato Jovanotti: con lui ha inciso due dischi-flop (13 dita nel 1997 e Composizioni nel 2003): «ero biondo e avevo i capelli stirati. Mettevo solo pantaloni rossi di pelle. Non ero io, quello. Era il mio alter ego. E infatti non ha funzionato. Non potevo stare con Lorenzo e brillare di luce riflessa. Il distacco è stato dolorosissimo, ma alla fine me ne sono andato».
A New York, per esempio. Un 8 agosto qualsiasi ha chiamato il Blue Note per un’audizione: era vuoto, gli ha risposto il proprietario. «Mi ha concesso un provino e il giorno dopo ero già sul palco. Sai, nel tempio del jazz dedicano un giorno alla settimana agli emergenti». Ma è stata la Cina a portargli bene: «nel 2004 mi sono esibito a Hong Kong. Poi sono stato a Shanghai e ho riempito l’Oriental Art Center: 2 mila persone solo per me. I ragazzi si avvicinavano e mi toccavano i capelli: laggiù vanno pazzi per i ricci, sono un simbolo di trasgressione. Fino a 15 anni fa erano vietati perché rappresentavano l’Occidente, quindi la corruzione dei costumi. Solo le prostitute si facevano i boccoli».
Abbasso la Sacher!
È tornato a Pechino lo scorso 22 agosto e ha diretto la China Philarmonic Orchestra nella città proibita. Anche a loro ha chiesto una torta al cioccolato: «ma niente Sacher, l’ho fatto precisare in una clausola del contratto. Solo cacao puro. Prima di ogni live devo trovare una fetta di torta nel camerino. La mangio prima di salire sul palco. Quando metto le mani sulla tastiera brucio tutto. All’istante». Suona in maglietta e scarpe da ginnastica. Un vezzo? «Macché. se non fosse stato per Max credo che non avrei mai più indossato una giacca elegante. Non lo facevo da 20 anni, ma giocare al modello mi ha divertito. Per il resto io me ne frego dei vestiti, sono orpelli. Le note sono l’essenza della mia vita. Quando suono mi vesto comodo, come se fossi a casa. Perché devo essere libero al piano. Io non riesco ad avere un rapporto felice con gli oggetti. Invadono il mio campo percettivo, pongono limiti alla mia libertà. E io li odio».
Foto 1. Cinque tasche in denim Energie
Foto 2. T-shirt in jersey di cotone e pantaloni in tweed spinato Mcq-Alexander McQueen, gilet in lana rasata Pal Zileri
Foto 3. Giacca in lana con ricami fil coupè, maglia a trama larga e pantaloni in fresco di lana Louis Vuitton, t-shirt in jersey Calvin Klein Collection
Foto 4. Cappotto in lana con pieghettatura Jil Sander, camicia in popeline rigato Nara Camicie, cinque tasche in denim Dekker
Testo di Ilaria Bellantoni
Foto di Babic/Styling di Filippo L.M. Biraghi
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