La donna con cui tutti noi sogniamo di passare almeno una notte in un igloo del Polo è qui davanti, manifesto vivente di come si possa essere belle e riscaldabili anche senza un filo di trucco o una bava di freddo. Mi servirebbe molto più di un’ora, non ne basterebbero due e forse nemmeno tre, per spiegare a lei e soprattutto a me stesso perché quello spot è entrato sotto la pelle degli italiani, che almeno una volta hanno intensamente desiderato di chiamarsi Antonio, anzi Antò, e di perdersi sotto quelle lenzuola e al fianco di quella sottoveste nera. Luisa Ranieri. Tormentone, ma soprattutto estasi.
Fu un’idea di Alessandro D’Alatri, che aveva in testa una citazione di Ieri, oggi e domani, la sensualità nazionalpopolare della Loren nello spogliarello.
La Ranieri come la Loren. La femmina napoletana come archetipo mediterraneo della Madonna laica nelle cui braccia schiantarsi.
«Non ho nulla contro quello spot, anzi... Mi ha dato la grande popolarità, lo riconosco e gli sono grata, solo vorrei ogni tanto essere ricordata anche per altro».
Trentacinque anni da poco, molta gavetta e molto work in progress. Dalla ragazza anonima di anonimi set pubblicitari al cinema di Pupi Avati.
«Non avendo amanti facoltosi, all’inizio della carriera mi mantenevo a Roma con la pubblicità. Andavo quasi tutti i giorni a fare i miei bravi casting. Nel mio momento d’oro giravo anche sette, otto pubblicità l’anno. Ho fatto di tutto. Spesso irriconoscibile».
Gli amici del bar Margherita è in uscita ad aprile. La chiamata di Pupi equivale a una laurea.
«Sembra un burberone, invece è una persona molto tenera. Un regista vecchio stampo, di quelli che amano guidare e anche un po’ manipolare gli attori, cosa che io trovo molto gratificante. I registi di oggi fanno l’amore con la macchina da presa, degli attori se ne infischiano».
Raccontaci il provino.
«Volevo lavorare con Pupi e il giorno in cui mi ha chiamata ero felice. Un po’ meno quando mi ha detto: “non so se sei giusta per questo ruolo, forse ne avrei un altro però...”. Mi scattò qualcosa dentro: “tanto tu mi richiamerai”, gli dissi salutandolo. Sono una streghetta. Ogni volta che ho espresso il desiderio di fare qualcosa con qualcuno, il mio desiderio si è realizzato».
È successo anche con Antonioni?
«Avevo visto L’eclissi l’estate prima. Due settimane dopo mi ero comprata un libro su di lui e avevo visto Deserto rosso. Un senso della fotografia pazzesco. Quanto mi piacerebbe lavorare con uno così, mi sono detta... Un’idea folle».
E l’anno dopo ecco Eros: il filo pericoloso delle cose. Più corpo che come attrice.
«Ero una sconosciuta, avevo fatto solo lo spot di “Antò, fa caldo”. Michelangelo doveva vedere altre cinque attrici, alcune venute dalla Francia. Non le vide mai. Mi presentai a casa sua con un vestitino rosa e il mio pessimo inglese. Lessi un brano sul Tevere, lui chiamò il produttore: l’ho trovata».
Amore a prima vista.
«Restò folgorato guardando una mia foto con una magliettina rosa semplice. Credo di averlo poi conquistato con una frase in napoletano, dopo il disastro dell’inglese... Era già molto anziano. Ricordo la sua impressionante forza di volontà. Mi sarebbe piaciuto lavorare con lui quando era al meglio delle sue energie».
Il 94enne Monicelli mi ha confessato una passioncella per te.
«Un altro finto burbero. Una volta, ero agli inizi, mi disse brusco: “ma perché volete fare tutte le attrici?”. Fu carino. Disse che gli ricordavo la Mangano giovane».
Fiction a parte, non ti si vede quasi mai in tv.
«Mi chiamano come ospite, ma non ci vado, neanche se mi pagano. Non sono sciolta, mi sento in imbarazzo e allora preferisco evitare».
Sembri una che si è imposta di selezionare molto, dopo gli anni della vita a passo di carica.
«Ho le idee chiare su quello che voglio dalla mia carriera. Sembro una donna molto solare, in realtà ho un bel caratterino. Molto decisa quando occorre, ma anche molto umorale...».
Da dove viene tanta determinazione?
«Dalla mia famiglia. Due fratelli e una madre, Linda, che adoro. Raffaele e Alessandro sono la mia vita. Con mio padre non ci ho mai vissuto, ma ho avuto un patrigno benevolo, Alberto. Li amavo e li amo, ma sapevo che non volevo lavorare con la mia famiglia, né morire a Napoli. Mi volevo dare una chance. Mi sono detta: “se entro i 30 non esco fuori, rientro nell’azienda di famiglia, una distribuzione farmaceutica e di trasporti”».
A cura di Giancarlo Dotto
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