Marco Glaviano, le donne, le fotografa e le ama. O le ama e le fotografa. Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia... Marco in Sardegna ha fotografato Olga, Olga e Rosana, ma, prima, aveva fatto un salto nel suo (e nostro) passato e scelto Cindy, Claudia, Angie e le altre top, tra le sue top model. Suoi scatti a una generazione di modelle fa, affiancate alle contemporanee...
Da “specialista” in top model, come sono le ragazze che hai fotografo per Max?
«Bellissime! Io non mi ritrovo nei canoni di bellezza attuali, nella magrezza estrema: li hanno decisi persone che, costringendo alla fame le ragazze che vogliono fare le modelle, le abbrutiscono. Penso veramente che queste tre ragazze siano passate per sbaglio attraverso le maglie della censura delle agenzie: sono bellissime!». Ma chi sono “queste persone”? «Un gruppetto di guastatori che sta nelle agenzie, nella moda, nelle riviste. Non amano le donne e costringono le ragazze a non mangiare per tre giorni prima di sfilare: e infatti loro, poverine, cadono sulle passerelle. Come fotografo di moda pensavo di riuscire a contrastarli, ma non ci sono riuscito e me ne sono andato, dalla moda».
Anche se Monica Bellucci dice che gli uomini preferisco le donne rotonde, le ragazze “normali” continuano a voler essere magre come Kate Moss...
«Che è orrenda, ma la sua magrezza ha una pessima influenza! Ha una faccina carina, ma ha le gambe storte ed è alta un metro e venti: che sia diventata top model è un insulto. Lo scandalo della droga? In Europa, con una siringa diventi un personaggio radical chic». Le top di un tempo erano libere... «Si divertivano! Avevano un’energia tale che la sera stavano sveglie: oggi, non mangiando, le ragazze non hanno forza fisica e la sera vanno a letto».
Tu sei stato un testimone della nascita del fenomeno top model: anzi, sei tra i creatori...
«Arrivai a New York nel 1975: c’era la crisi ma io me la ricordo come una città bellissima!».
Le top model arrivarono dopo, ma quella era la New York di Warhol, dello Studio 54...
«Ho ricordi un po’ confusi perché a quei tempi si facevano un sacco di canne, ma la sua factory era un posto da pazzi. Lo Studio 54? Non mi piacciono i casini organizzati, però ci andavo, soprattutto all’inizio: siamo sopravvissuti solo noi che ci andavamo poco».
Hai conosciuto bellissime, Lauren Hutton, Iman...
«Potrei fare l’evoluzione della sub-specie top-model. Quando arrivai a New York, su Vogue e Harper’s c’erano donne sofisticatissime, mai in jeans: in Europa c’era stato il Sessantotto e la bellezza era scesa in strada, in Usa c’erano stati gli hippie, ma non la politica. Lauren l’ho fotografata dopo, ma quando arrivai c’erano lei, Rosie Vela, Cheryl Tiggs: tutte uguali, bionde, occhi azzurri. Iman era già unica: il mio amico Peter Beard fece credere a tutti che l’aveva trovata nella savana, ma lei era figlia di un diplomatico e parlava cinque lingue. Un anticipo sulle top: iniziarono ad arrivare brune, asiatiche, nere e fu un bene, perché la bellezza deve essere varia».
Perché a un certo punto, nella New York tra gli Ottanta e i Novanta, nacquero le top model?
«A Hollywood andavano le bravissime ma brutte, alla Meryl Streep, ma la gente ha bisogno di bellezza, e così si inventarono le top-model! Oggi invece ci sono attrici bellissime e le modelle non lo sono più. Creammo un fenomeno, con John Casablancas che era il patron di Elite: gli piacevano le donne e prendeva belle ragazze. Poi c’ero io e altri due, uno era Patrick Demarchelier, a cui piacevano le belle donne e creammo il fenomeno coi calendari: nel 1989 con Paulina facemmo un calendarione da 500.000 copie! Le top sono “morte” quando John è uscito di scena e si è iniziato a fare foto sfocate, in posizioni un po’ da debilitate...».
Un ricordo a testa: Paulina Porizkova?
«Una forza della natura! Mezza cecoslovacca e mezza svedese, arrivò a New York a 15 anni e ci lasciò senza fiato!»
Cindy Crawford?
«Sempre incazzata: da perfezionista, aveva la presunzione di dirigere tutto! Ma è intelligente, e stupenda. Come tutte: le vedevi e capivi che erano esemplari unici!».
Claudia Schiffer?
«Corpo mediocre, ma con una faccia così poteva fare solo la top model! Non era aggraziata come Paulina, ed era noiosa: dopo una settimana di lavoro a St.Barth, mi disse “adesso ti do un bacio”, e me lo diede sulla guancia. Era fredda».
Angie Everhart? Joan Severance?
«Angie è così meravigliosa che, a 39 anni, Playboy le ha proposto un servizio di nudo e lei mi ha chiesto se voglio fotografarla! Le ho risposto “ma non morirai mai?!”. Se una rivista da 4 milioni di copie vuole mettere in cover una donna di 39 anni, significa che non ce ne sono altre! E che l’effetto Kate Moss è devastante! Joan arrivò lei sul set col sassofono: sapeva che ero un appassionato di jazz e mi propose la foto... Erano donne intelligenti che si divertivano: oggi sono noiose e arrivano sul set già incazzate, perché non si vedono belle e temono la concorrenza».
Ma se oggi le modelle non sono più modelli, chi le ha sostituite?
«In Italia, le veline: da noi manca l’equilibrio, o la Marini o le anoressiche! Negli Usa, le sportive e le attrici hollywoodiane: l’America cade sempre in piedi e ha trovato altre icone, vere, belle, toniche».