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intervista

Nine: 5 domande a Rob Marshall

il regista che ha rilanciato il musical hollywoodiano con Chicago, adesso ci riprova mettendo in musical Otto e mezzo di Fellini

Rob Marshall, Nine è andato in scena per la prima volta a Broadway nel 1982. Perché trarne solo ora un film, che alla fine è un omaggio al grande vecchio cinema italiano, ma che per noi italiani ha qualche stereotipo di troppo?

Il mio film è un canto d'amore alla Dolce vita! Girarlo a Roma, con tanti grandi attori e tecnici italiani, è stato così entusiasmante che quelli che voi definite stereotipi, ai miei occhi sono flash di un'altra epoca! Di quegli anni '60 così incredibilmente chic, fascinosi e lussuosi. Mi vengono ancora i brividi, se ripenso alle scene con Sophia Loren e Daniel Day-Lewis, sulla Giulietta decapottabile in Piazza del Popolo. O all'eleganza delle comparse, ai caffè...

Che differenze ci sono tra Chicago, e questo nuovo musical?

Quello era un girotondo satirico, questo un circo rievocativo. Nine ha più sostanza, e prova a raccontare il complesso cammino di un artista, con le sue ossessioni, sbandamenti, insicurezze, esplosioni.

L'artista di cui parla è Fellini, che nel suo Otto e mezzo si metteva in scena attraverso Guido Contini/Marcello Mastroianni, regista in crisi, confuso tra troppe donne mentre deve iniziare un film di cui non ha scritto neanche una pagina di copione. Come è il "suo" Contini/Fellini?

Fellini per me è il maestro dei maestri: vive nella realtà, ma cibandosi di fantasia e memorie infantili, e cerca di mantenere il suo tocco geniale. Per inquadrare passione, lussuria, amore, arte in un modo provocatorio-sensuale-drammatico, ci siamo ispirati a Otto e mezzo: voglio dire, Nine non ne è il remake, perché quel capolavoro resta intoccabile. Nine si ispira anche a Le notti di Cabiria e a La dolce vita: a tutto Fellini, regista e uomo. L'importante era trovare il momento giusto per le canzoni (ce ne sono tre nuove rispetto alla versione teareale, scritte sempre da Maury Yeston) e la danza.

Ma una battuta su Daniel Day-Lewis alias Marcello Mastroianni alias Federico Fellini, ce la può fare?

Daniel è uno dei più grandi: ha un metodo tutto suo di entrare nei personaggi, per potere sembrare assolutamente spontaneo. Ha cercato dei punti di sulfurea somiglianza con Mastroianni, ma senza imitarne l'irripetibile charme.

Il film negli States non è stato amato: se n'è fatto una ragione?

Non leggo mai le recensioni! Lo faccio per restare puro, e fare le cose col cuore e non pensando ai risultati.

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Maurizio di Rienzo
mercoledi 14.09.09 18.53
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