
Tom Ford, perché ha scelto il romanzo di Christopher IsherwoodUn uomo solo per esordire da regista?
Perché mi piacciono le sfide e penso che nulla lo sia di più che raccontare l'ultima giornata di un uomo, o almeno quella che quest'uomo pensa sia, svegliandosi, la sua ultima giornata di vita. È la cosa più personale che io abbia mai fatto. Mi piaceva l'idea di fare un film su un uomo che, man mano la sua ultima giornata procede, capisce di aver bisogno del presente e di non potersi cullare nel passato.
Conosceva già il libro?
Sì. La prima volta l'avevo letto a vent'anni, all'inizio degli anni Ottanta: ero un ragazzo di Sant'Antonio, Texas, arrivato a Los Angeles. Ho anche conosciuto Isherwood: un mio amico era il compagno di David Hockney e un giorno, era l'epoca dei party alla mescalina, aprii gli occhi e me lo trovai davanti. Da allora ho letto tutti i suoi libri. Poi, quando un paio di anni fa, ritiratomi dalla moda, cercai una storia per il mio primo film, mi ritornò tra le mani il libro. Lo rilessi e ovviamente ne ebbi sensazioni diverse: ero un uomo di oltre quarant'anni, che aveva vissuto molto e che era a un bivio delle sua vita. E tra l'altro c'era la depressione, una sensazione che anch'io avevo provato, dopo i 35 anni. Per quanto riguarda il suicidio, o il progettarlo, ripensai alle emozioni che avevo provato quando un mio famigliare aveva fatto quella scelta. Il film è in diversi modi infedele, perché volevo raccontare la storia dal mio punto di vista. Quindi non c'è il monologo interiore, e ci sono invece gli incontri e il fatto che fin dall'inizio sappiamo che George vuole suicidarsi. Ho un compagno da 23 anni ed inevitabilmente ho pensato anche alle mie reazioni, nel caso lui mi lasciasse.
Perché ha deciso di darsi al cinema?
Perché l'ho sempre amato. Perché ho vissuto anche a Los Angeles e da giovane ho fatto per un po' l'attore. Perché ho sempre pensato che il cinema fosse la forma d'arte più importante. Perché ho sempre amato i film che mi emozionavano con la loro storia, più che con le loro immagini. Perché nei 25 anni passati nella moda, da direttore creativo di molti dei miei film e campagne pubblicitarie, ho avuto modo di capire perché e come le immagini sono così importanti. Come spettatore mi piacciono i film basati sulla storia, sui dialoghi e sui personaggi. È la classicità hollywoodiana che amo e di cui oggi sento la mancanza.
Tra i rischi che l'hanno attirata, c'è stato anche quello di raccontare la storia su un anziano professore gay? Voglio dire, non è un tema per cui Hollywood è pronta a finanziare facilmente...
Certo, anche se per me questo è un film sull'accettazione della solitudine e sulla scoperta che la vita è fatta di tutti quei piccoli elementi, dettagli, incontri che continuiamo a fare e di cui magari non ci rendiamo neanche conto, o sottovalutiamo. Poi è vero che l'omosessualità non è un tema facile, ed è vero, come dice Colin Firth, che essere gay nel mondo del cinema è ancora molto difficile, soprattutto per gli attori di serie A. Comunque questo per me non è un film gay: è una storia d'amore, che capita coinvolga due uomini. Non c'è niente di provocatorio e scandaloso: non era mia intenzione esserlo, e infatti non c'è sesso ma languore. Anche se poi ovviamente sono contro qualsiasi legge discriminatoria, come quella che in California vieta i matrimoni omo. In questo non siamo molto lontani dal 1962 del film, purtroppo.
Come si è sentito da regista? Voglio dire l'idea di scegliere gli attori, di lavorare sulla musica e sulla fotografia, decidere le location, i costumi etc etc... Da stilista lei creava da solo, o comunque con un team ristretto: il cinema è un grande carrozzone che il regista tiene insieme...
In generale, la moda è un arte commerciale, il cinema è un'arte personale: almeno per me deve essere così. Un vestito lo crei sapendo che durerà pochissimo e che quando sarà nei negozi per te sarà già morto, perché starai già lavorando alla collezione successiva. I film invece no: il processo è più lungo, i film ti emozionano per più tempo, stanno con te per più tempo. Azzardo un per sempre... Tecnicamente, il film l'abbiamo girato in 21 giorni: a causa del fallimento della Lehman Brothers, la principale finanziatrice, l'ho finanziato io. Mentre scrivevo la sceneggiatura, facevo delle ricerche che poi mi sono servite per i costumi, l'art direction e la fotografia. Non ho mai avuto paura: sapevo di essere pronto per tenere tutto sotto controllo. Un po' di nervosismo l'ho provato solo quando ho dovuto dire il primo "stop", ma è passato subito.
E gli attori, come li ha scelti? E' vero che ha rischiato di non poter avere Colin Firth, che è un George da Oscar?
Sì, perché lui aveva un altro progetto: così sono andato a Londra per cercare di convincerlo, e ho scoperto che invece quel progetto era saltato e lui era libero. Julianne Moore è stata la prima a firmare il contratto: il personaggio l'avevo scritto su di lei. Con Colin, il rapporto è stato splendido: di lui mi piace la fissità fisica, perché a lui bastano gli occhi. E lui continua a ripetere che di me l'ha colpito il fatto che sul set riuscivo a restare immacolato e ordinatissimo fino a sera! Sono orgoglioso di aver avuto lui nel mio film, come ho avuto Julianne, e Shigeru Umebayashi, compositore di Wong Kar Wai, che ha creato tre temi musicali per il mio film. E tutti gli altri miei collaboratori...
Antonella Catena
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