C'era volta un uomo, nero, che divenne presidente di quel Paese che l'aveva chiuso per 27 anni in un buco di cella, per il colore della sua pelle. L'unico paese al mondo razzista per costituzione (l'Apartheid, in vigore dal 1948 al 1994), nel 1995 era sull'orlo della guerra civile, quando Nelson Mandela sfruttò la finale dei mondiali di rugby per far (ri)nascere la nazione.
Nel più classico e hollywoodiano dei modi di raccontare la Storia, Clint Eastwood fa un film su commissione (commissionatogli dal suo Nelson Mandela: Morgan Freeman), lontano dall'America di Gran Torino, ma vicino allo spirito del cinema di John Ford e all'impegno di quello di Frank Capra.
Le distese sconfinate da filmare in cinemascope, in Invictus sono quelle sterrate dei campi in cui, per la prima volta, i bianchissimi Springboks scendono dal pullman insegnano le mischie ai negretti degli slums, all'ombra del cartello "una squadra, un paese".
I corridoi del potere, qui sono quelli del palazzo presidenziale di Pretoria: l'ufficio in cui Mandela scrive "Invictus" sulla carta presidenziale e spiega il messaggio della poesia che l'aveva salvato in prigionia al capitano/suo compagno di mission Francois Pienaar; la stanzetta in cui costringe le sue guardie nere a convivere con i bodyguards ariani e quasi nazi.
Le convention, qui Mr Mandela le fa allo stadio, unendo per la prima volta e nel tifo i neri e i bianchi...
È vero che certi dettagli poco elogiativi (vedi il finale di matrimonio con Winnie) sono stati censurati, e che tutto sembra essere stato un po' troppo facile (il Sudafrica è uno dei paesi più violenti del mondo e l'uguaglianza è lontana, con il razzismo che si è quasi rovesciato), ma restano la perfomance di Freeman (guardate il film in originale, se potete), l'idea che (quasi) tutto quello che vedete si è svolto esattamente nei luoghi che il film usa come locations e il brivido, eastwoodiano, del sentire (letteralmente) i muscoli dei giocatori e i fili d'erba muoversi sul campo...
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Antonella Catena
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