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Home > Hot > Cinema > Il profeta: 5 domande al regista Jacques Audiard

intervista

Il profeta: 5 domande al regista Jacques Audiard

Da Cannes alla nomination agli Oscar, passando per 8 Cesar: il regista ci racconta come è nato il film francese più premiato (e bello) dell'anno

Jacques Audiard, ci sveli come è nato il film francese più premiato dell’anno, dal Gran Premio della Giuria a Cannes agli 8 Cesar, contando anche la nomination all’Oscar come miglior film straniero?
Sembrerà incredibile, ma è stato il mio film più difficile: sembrerà strano, dico perché stavolta avevo alle spalle un po’ di titoli, alcuni dei quali anche di successo. Non ero uno sconosciuto, dopo Tutti i battiti del mio cuore. Eppure... Eppure io e i miei collaboratori abbiamo lavorato tre anni su una sceneggiatura che ci piaceva, ma sentivamo di dover adattare al nostro modo di fare cinema: il nostro carcerato, per dire, non poteva essere quel superkiller hollywoodiano che era nella prima stesura. In realtà di quella storia che ci era capitata tra le mani, a film finito resta pochissimo: il protagonista si chiama sempre Malik, ma se nella prima stesura usciva di prigione dopo 40 pagine e la storia raccontava come faceva a stare fuori, il nostro film parte con lui che entra e cerca di sopravvivere alla società che trova all’interno del carcere. Da qui nasce la contrapposizione tra arabi e corsi, per il controllo della prigione: i corsi sono un gruppo chiuso ma molto strutturato. Come i serbi o i baschi. Nel film i corsi sono “il vecchio”, mentre gli arabi sono “il nuovo”: due generazioni di carcerati a confronto.

È vero che avete girato in un vero carcere?
Si e no. Nel senso che chiedere i permessi per girare in una prigione statale sarebbe stato troppo complicato. Però avevo bisogno di sentire e far sentire alla troupe l’oppressione dello stare in cella: così abbiamo costruito la nostra prigione. Ma non in uno studio cinematografico, come si fa di solito, ma in una zona industriale a Gennevilliers.

A cosa non volevi che il tuo film somigliasse? E che stile volevi avesse?
Non volevo né realizzare una specie di documentario, né una serie tv all’americana, tipo Prison Break. Volevo raccontare una storia forte con uno stile moderno, che sembrasse nuova agli occhi del pubblico: per questo non ho voluto attori famosi che rimandassero ad altri film, e per questo ho scelto gli arabi, perché con loro non scatta nessuna identificazione, e per di più mi piaceva creare l’effetto sorpresa, usandoli in un modo completamente diverso. Voglio dire: soprattutto in Francia, siamo abituati a vederli in film di denuncia, documentaristici: io li ho scelti come protagonisti di un film di genere, un prison movie che alla fine volevo si evolvesse quasi in un western, perché come in quei classici film americani anche qui una persona comune diventa un eroe.

E hai trovato un protagonista perfetto: come sei arrivato a Tahat Rahim?
Mi piace perché è un maschio non macho, con una presenza fisica fortissima, ma anche due occhi che rubano la scena. Ha 28 anni, è nato a Belfort ed arrivato a Parigi per recitare. L’ho visto in una serie tv francese, La Comune: l’ho contattato e poi... Mi piaceva l’idea che non fosse ancora famoso e che fosse giusto per l’idea che avevo in testa: un film molto realista, girato non in studio ma per “le strade” vere... Intorno a lui, ho voluto veri ex detenuti, alcuni dei quali li avevo anche incontrati quando ero andato a presentare Tutti i battiti del mio cuore alla Santé, il carcere parigino. Sul set sono stati perfetti: sapevano come e dove muoversi.

Perché Il profeta?
Malik è il mio piccolo profeta, il mio “uomo nuovo”. Sai quando Bob Dylan, in You gotta serve somebody, dice che ognuno di noi è al servizio di qualcun altro? Ovviamente il mio “uomo nuovo” è il nuovo criminale: che non è solo psicopatico, ma ha anche un che di angelico ed è intelligente...

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Antonella Catena
mercoledi 14.09.09 18.53
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