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intervista

Donne senza uomini: 5 domande alla regista

Iraniana. Esule. Shirin Neshat era già una fotografa e una videoartista di fama mondiale. Adesso è anche regista. Premiata a Venezia 2009

Shirin Neshat, con Donne senza uomini esordisci come regista ispirandoti a un romanzo che in Iran è vietatissimo, ma popolarissimo e molto letto. Perché l'hai scelto?
«Perché anche se è una storia ambientata nel 1953, in un momento particolare della storia del mio Paese che sembra remoto, non lo è. Perché le mie quattro protagoniste, con il loro tentativo di ribellione a una società che le vuole vittime e dominate, potrebbero essere le nonne di Neda, la ragazza uccisa la scorsa estate, all'inzio della rivoluzione verde, subito dopo le elezioni vergognosamante "vinte" dal regime. Io vivo in America da molti anni, sono esule da tantissimo tempo, però mi sento iraniana e dovunque e comunque combatto per il mio Iran. Che non è quello del regime ancora al potere a Teheran!

Anche Shahrnush Parsipur, l'autrice del romanzo, è esule in America...
«Siamo in tanti, noi iraniani che abbiamo deciso di non tornare più a Teheran. Poi accadono cose strane: in Iran tutto è controllato dalla censura governativa, i mezzi per girare un film per esempio te li dà il governo... Però esiste un mercato nero molto florido, e così quando giri un film o scrivi un libro, facendolo a tue spese e sapendo che il regime non ti darà mai il visto, lo fai lo steso: rischi il mercato nero, sapendo che sei condannabile, ma sai anche che in tanti ti compreranno. Perché alla fine anche il pubblico sa che questo è l'unico modo per vedere i film e leggere libri che il governo censura. Il romanzo è sostanzialmente un best-seller in Iran, anche se vietato. Leggo i romanzi di Shahrnush fin da quando ero piccola, ma solo nel 2002 un mio amico professore della Columbia University mi suggerì di lavorare su quella storia. Io volevo esordire nel cinema, e lì c'erano sia il tema politico che quello psicologico e femminile, e anche tantissimi spunti per far volare la mia fantasia visiva. Shahrnush ha una storia personale fortissima, è la donna che più ha sofferto, tra tutte quelle che conosco: la prigionia in Iran, l'essere costretta ad abbandonare il figlio, la povertà, la malattia, l'esilio. L'ho incontrata: abita in California, è una persona dolcissima nonostante quello che ha patito. Potete vederla anche voi: è la tenutaria del bordello in cui lavora Zarin.

Che è una delle quattro sue protagoniste...
Sì. La prostituta Zarin, Fakhri la donna scontenta del matrimonio, Munis che vuole scendere nelle strade e protestare, Faezeh che al contrario accetta un matrimonio che la imprigionerà. Donne del 1953, certo, ma le loro lotte e i loro bisogni non sono dissimili da quelli delle ragazze di oggi. Per questo ho sottolineato l'aspetto politico, nel film, rispetto al libro che aveva un tono più psicologico e surreale, oltre a una quinta donna che ho preferito abbandonare.

Che collegamenti ci sono tra l'Iran del 1953 e quello di oggi?
Le mie donne si muovono nei giorni finali del governo regolarmente eletto di Mossadeq: era estate, questo primo ministro aveva nazionalizzato l'industria del petrolio dando agli iraniani quello che prima si prendevano gli anglo-francesi, lo Scià era andato in esilio a Roma. Per un brevissimo periodo si respirò aria di libertà e rinnovamento: poi gli anglo-americani appoggiarono il ritorno del regime e aiutati dalla Cia rimisero al potere lo Scià, che attuò una repressione violentissima, usando la spietata polizia segreta, la Savak. Le proteste per le strade, nel film, sono quelle contro il ritorno dello Scià. Una ribellione che continuò, sotterranea e in segreto e che nel 1979 portò alla rivoluzione islamica, i cui eredi sono al potere oggi. Se vogliamo, la situazione si è rovesciata, ma resta la volontà di libertà del popolo iraniano. Se nel 1979 gli studenti riuscirono a scacciare lo Scià, forse è possibile che oggi riescano a scacciare un governo ugualmente totalitario. Lo spero.

Fu il regime di Khomeini, nel 1979, a esiliarti...
Sì. Io sono nata nel 1957 e a 17 anni andai a New York a studiare arte. Tornai a Teheran solo nel 1990, finita la guerra con l'Iraq: vidi la situazione in cui vivevano, anzi non vivevano, le donne. Le donne velate e ricoperte di tatuaggi delle mie fotografie, col fucile e le armi in mano, vengono da lì. Non mi sentivo più parte di quel mondo, e l'arte era il luogo in cui rifugiarmi e cercare spiegazioni per quello che l'Islam era diventato. Ovviamente la serie di fotografie ch ho chiamato Women of Allah non è mai stata esposta in Iran, ma le stampe e le riproduzioni sono arrivate e sono state criticate e bandite. Del resto la mia Teheran del 1953 l'ho ricostruita a Casablanca, in Marocco. Ma i colori seppiati e desaturati del film, sono un omaggio all'Iran che mi hanno raccontato, quello di inizio anni Cinquanta. Il giardino invece, così presente nel film, rappresenta l'esilio, l'indipendenza, la libertà: è come un luogo dove le mie protagoniste, Shahrnush e io stessa troviamo rifugio dalla vita, ci culliamo.

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Antonella Catena
mercoledi 14.09.09 18.53
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