Max

RSS Twitter
themenissue

di Alessandro Calascibetta

MAXCLUB maxcasting

di Settimio Benedusi

maxgeneration

di Massimo Poggini

maxbarsport

di Raffaele Panizza

pensierieparole

di Massimo Poggini

hotlinks speciali calendari
Iscriviti
alla Newsletter di Max

Home > Hot > Cinema > Kathryn Bigelow: vi racconto Hurt Locker e la mia guerra. Prima dell'Oscar

Interviste

Kathryn Bigelow: vi racconto Hurt Locker e la mia guerra. Prima dell'Oscar

Oggi ha vinto l'Oscar, ma già realizzarlo, questo film, era stata una guerra. Costato solo 12 milioni di dollari, nessuno lo voleva

«Ho girato questo film perché la guerra in Iraq è la più censurata della storia americana: che cosa vediamo di quello che accade ai nostri soldati a Bagdad? nulla. Ha scritto il New York Times che, su 4.000 morti americani dalla caduta di Saddam a oggi, solo sei foto delle loro bare sono state mostrate in tv. Ho lavorato su una sceneggiatura del mio compagno Mark Boal, premio Pulitzer, che tra il 2003 e il 2004 è stato un reporter “embedded” all’esercito Usa a Badgad. Il nostro film comincia con una citazione del corrispondente di guerra Chris Hedges, autore di un libro sulla mente degli sminatori: “L’eccitazione della battaglia provoca una dipendenza fortissima e spesso letale perché la guerra è una droga”. Oggi non c’è più la leva volontaria, come ai tempi del Vietnam: i soldati Usa sono volontari. Ad alcuni viene proposto di diventare sminatori. Alcuni accettano: perché? Che cosa fa scattare in loro questa attrazione per il lavoro più rischioso della guerra? Che tipo di cambiamento provoca nella loro psiche stare al fronte? La paga è irrisoria: perché allora sono disposti a pagare un prezzo personale altissimo? Che cosa li spinge a salvare vite altrui? Sono degli eroi? Sì, ma che cosa significa oggi esserlo? Il titolo, The Hurt Locker, cita “l’armadietto del dolore”, un’espressione che Mark ha sentito usare dagli sminatori. Uno dei miei attori mi ha raccontato della “semplicità” del passaggio tra la vita e la morte che un soldato gli aveva trasmesso: un secondo dopo non ci sei più, saltato in aria, scomparso nel nulla. La scena in cui lo sminatore, prima di indossare lo scafandro protettivo, mette la targhetta di riconoscimento nello scarpone, nasce dal fatto che, ci hanno detto, se salti in aria, i tuoi pezzi finiscono sparpagliati e tutti sappiamo che gli stivali sono una delle poche cose a restare intatti. Abbiamo girato in Giordania, anche a soli cinque chilometri dal confine: avremmo voluto attraversarlo, ma c’erano troppi cecchini. Nel film mostro pochissimi contatti con la popolazione locale perché i nostri soldati, a Bagdad, sono degli alienati che si ritrovano in un altro mondo, da cui sono separati e di cui continuano a non sapere assolutamente nulla. Per essere il più realista possibile ho lavorato sulle foto che Mark aveva scattato a Bagdad: volevo mostrare la quotidianità dei soldati per comunicare la tragica futilità di questa guerra. Di tutte le guerre. Per trasmettere il volto “umano” della guerra mi sono concentrata sulla psicologia dei soldati: voglio che il pubblico provi quello che provano questi morituri per scelta. Si senta anche lui laggiù. Respiri, con loro, l’orrore.

Leggi la recensione al film

Vai al blog sugli Oscar

Antonella Catena
mercoledi 14.09.09 18.53
vedi tutti