
Come sei riuscito a convincere Brad Pitt?
«Erano anni che ci inseguivamo. Il fatto è che io parto sempre dai personaggi: ne scrivo uno, penso che quell'attore sia giusto e, solo a quel punto, lo contatto. Così anche se erano anni che sognavo Brad Pitt, ho dovuto aspettare il sergente Aldo Raine di Bastardi senza gloria, per concedermi di contattare il suo agente. Arrivo a dire che senza Aldo Raine, sarei lì ancora a chiedermi "chissà quando potrò lavorare con la più grande star del pianeta?". Poi, concretamente, è successo che il suo agente è uno dei miei migliori amici, così è stato tutto più facile: quando gli ho raccontato il film, anche lui mi ha detto che questa era la volta buona.
Mi ha anche confessato che, fino a quel momento, non ci aveva mai fatto incontrare "seriamente", perché sapeva che ci saremmo subito innamorati l'uno dell'altro e quindi l'occasione doveva essere quella veramente giusta, proprio per non deludere entrambi, nel caso il progetto non fosse andato a buon fine. Sai quei fuochi di paglia da cui esci con le ossa e l'animo rotto...
Così stavolta, senza neppure sapere se lui era impegnato per un altro film o che lo fosse sua moglie - per quella storia tutta loro per cui quando uno lavora l'altro no e sta a casa coi bambini -, gli ho parlato e... lui era libero! Mi ha invitato a cena a casa sua, per discutere i dettagli: gli avevo già mandato la sceneggiatura e lui l'aveva già letta. Sorseggiando 5 bottiglie del rosè che produce lui, siamo andati avanti fino all'alba a parlare: sono tornato a casa ubrico, non so se per il vino o per la felicità di sapere che finalmente avevo coronato il mio sogno!».
Perché hai deciso di girare un film sulla seconda guerra mondiale, ispirato a un B-movie nostrano?
«Prima di tutto voglio annullare qualsiasi idea che questo sia il remake di Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellani: in comune i due film hanno solo il titolo, perché quello inglese del vostro film era Inglourious Bastards, che poi io mi sono divertito a trasformare in Basterds. Poi Castellani, come SamPeckinpah era un grande nello slow motion! Per quanto riguarda i modelli, avevo in testa Quella sporca dozzina, ma non è neanche giusto parlare di modello o di influenze. Anche ai miei attori ho fatto vedere un sacco di film d'epoca, chiedendo loro di non imitare gli attori nel look o nella gestualità, ma di assorbirne lo stile e in genere l'atmosfera... Diciamo che quando ho cominciato a scrivere la sceneggiatura, pensavo di scrivere la mia versione di Quella sporca dozzina».
Il film l'hai girato in otto mesi, a Berlino: perché?
«Ho girato nei Babelsberg e ho vissuto a Berlino: esperienza fantastica! Avevo il mio appartamento, il mio quartiere, i ristoranti e i bar preferiti, mi sono fatto degli amici. A proposito di bar, mi sono affezionato al "Tarantino's bar". È nel quartiere di Mitte e il proprietario, che l'ha aperto tre anni fa, era già un mio fan: quando ci sono entrato per la prima volta, lui deve aver avuto un attacco di cuore, ma io mi sono ritrovato circondato dai poster dei miei film, da mie foto e c'erano persino uno schermo gigante che mostrava i miei film a rotazione, con la colonna sonora a manetta!
Per quanto riguarda il girare negli studi che sono stati anche quelli della Germania nazista, mi ha fatto uno strano effetto. Questo film non è un saggio storico: comincia con "c'era una volta nella Francia occupata" che è un rimando cinefilo al mio amato Sergio Leone, ma anche una dichiarazione di fantasia pura. Dall'altra parte ci sono ebrei che agiscono con la stessa assurda violenza dei nazisti: sono vendicatori assassini. Non intendevo offendere nessuno, ma proprio perché creatore di storie, io mi concentro sulle miei storie e i miei personaggi: quando ho fatto leggere lo script a dei miei amici ebrei americani, mi hanno detto "è quello che noi abbiamo sempre sognato di fare". Avevano capito.
Io non sono uno storico: se come regista posso bruciare in un sol colpo Hitler, Goring, Goebbels lo faccio! E lo faccio fare a una donna vendicatrice, perché le mie donne sono sempre tali! E glielo faccio fare in un cinema, perché per me film come Il grande dittatore e Vogliamo vivere!, denunciandolo, hanno veramente ucciso il nazismo! Dirò di più: anche il cinema di propaganda che si faceva negli studi di Babelsberg, film come Suss l'ebreo, si sono rivoltati contro i loro creatori. Film così stupidi potevano farli solo degli stupidi! E infine, Shoshanna appicca il fuoco in contemporanea al primo rullo di La grande illusione: per me è come se papà Jean (Renoir, il regista di quel film, ndr) bruciasse il Terzo Reich».
Le vere rivelazioni del film sono Christoph Waltz, nei panni della cattivissima SS, e Melanie Laurent, la vendicatrice: come li hai scoperti?
«Semplicemente, se non avessi incontrato Christoph Waltz questo film non si sarebbe mai fatto! Al di là del personaggio di Brad, il suo colonnello Landa è il vero motore del film! E, adesso che lo conosco, ho sempre più l'impressione che sia nato per interpretare Landa. È un attore austriaco, ha fatto moltissima tv, ma ha lavorato anche in Inghilterra: io volevo un attore che rendesse tutta la pericolissima e fascinosissima intelligenza del personaggio, il suo cosmopolitismo di lingue e modi. Trovare attori che sappiano recitare in modo naturale in tedesco, inglese e francese è difficilissimo: avevo fatto il provino ad altri, ma quando è apparso lui non ho avuto dubbi.
Lui non impara a memoria le battute: lui riesce a passarti anche tutti i toni e le sottigliezze di una lingua. Con Melanie Laurent invece è stato l'opposto: lei l'inglese l'ha migliorato per me! All'inizio non mi capiva e parlava un inglese scolastico... Il suo modello doveva essere la diva del cinema francese d'epoca Danielle Darrieux: avrei potuto "citare" altre attrici come Annabella, ma volevo un'icona. Del resto nel film mostro anche il manifesto del film tedesco interpretato dalla "mia" Bridget von Hommersmark (Diane Kruger) e da Zarah Leander vera icona nazista, che forse era una spia doppiogiochista esattamente come la mia Bridget, ma per i sovietici».
E per quanto riguarda le assenze? Le scene di Maggie Cheung e Samuel L. Jackson sono state tagliate: perché?
«Per motivi di lunghezza eccessiva del film: le vedrete nel dvd».
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Antonella Catena
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