
Quando hai letto per la prima la graphic novel di Alan Moore?
«Ero al college. Watchmen era una leggenda... L'America parallela, quella di un altro 1985 con la Guerra Fredda, questa minaccia aliena che alla fine... L'idea che Nixon potesse essere l'eterno presidente! E i supereroi messi fuorilegge, nel 1977, perché considerati troppo pericolosi... Cosa c'è di più dark della paranoia collettiva che si può sintetizzare nello slogan "chi vigila sui vigilanti?”. Era inevitabile, a mio parere, che Time Magazinelo inserisse tra i grandi romanzi americani del XX° secolo: Alan Moore come Fitzgerald, Roth, Salinger, Updike, Faulkner... Sembra impossibile, ma è stata una scelta meritatissima: anche una storia disegnata diventa un classico, se fatta di elementi semplici strutturati in modo complesso, e se lo scopo è porre domande alte. I supereroi di Watchmen si chiedono quale sia la loro utilità e il loro posto nella società. Sostituite "supereroe" con "uomo" e Watchmen diventa filosofia: quando qualcuno uccide il Comico, uno dei vecchi supereroi, gli altri del gruppo, minacciati, indagano».
Ma che film dobbiamo aspettarci? Ti definiscono "visionario": oltre alla fantapolitica e al fantanoir, ci aspettiamo anche molta azione ed effetti speciali...
«E li troverete! Da regista, volevo fare il film che nessuno avrebbe mai potuto neanche immaginare di vedere! L'action e l'impatto visivo sono forti esattamente come le atmosfere dark e paranoiche. E poi c'è anche molta ironia: mi ha divertito giocare con le canzoni e le immagini, ho puntato sul contrasto. Quando Bob Dylan mi ha concesso la sua The times they are A-changing, permettendomi anche di remissarla, mi sono commosso: fa da colonna sonora ai titoli di testa, una parte per me molto importante del film e lunga il doppio della canzone. Del resto Bob si è sempre dichiarato un fan di Moore, e il primo capitolo della storia, "A mezzanotte, tutti gli agenti...", viene dalla sua Desolation row! Del resto io ho una preparazione artistica, ho studiato visual art e 300 ne è la prova. Preparatevi a un'estetica anni Ottanta mixata all'action orientale contemporaneo».
Watchmen era chiuso nei cassetti dei produttori hollywoodiani dal 1986. Era considerato un film impossibile: ci hanno provato, inutilmente, Terry Gilliam, Darren Aronofsky e Paul Greengrass. Poi il tuo 300 ha incassato 500 milioni di dollari e improvvisamente Watchmen è diventato possibile...
«Penso sinceramente che senza 300 non sarei qui a parlare di Watchmen. Capita di arrivare al momento giusto: hanno pensato che avessi la mano giusta per una graphic novel così difficile. Ma all'inizio, quando me l'hanno proposto, non volevo farlo: non mi piaceva il taglio che i produttori volevano dare alla storia, trasportandola ai giorni nostri e facendone un film sulla guerra al terrorismo. Ho accettato solo quando mi hanno permesso di restare fedele allo spirito di Moore. E omunque la mia versione ideale, quella di quattro ore e mezza, la vedrete sul dvd».
Alan Moore, al solito, non ha voluto saperne di "aiutarvi", vero?
«Non l'ho neppure cercato: non vuole avere niente a che fare coi film tratti dalle sue opere. Moore ha chiesto al disegnatore David Gibbons di togliere il suo nome dai titoli di testa, come fece con V per vendetta, cedendogli le royalities: Gibbons non solo ci ha appoggiati, ma è venuto sul set. Ha disegnato qualche scena non presente nel libro, e ha accettato tutti i cambiamenti, come per esempio la maschera di Rorschach».
E quali sono i cambiamenti principali, rispetto al libro?
«I personaggi sono gli stessi e anche le atmosfere e l'ambientazione. È cambiato il finale: niente alieni... E poi c'è la scena, quella dei sei minuti sotto The times they are a-changing, che è solo mia: un montaggio tra i momenti clou della storia americana, dal V-day in poi, e i supereoi della prima generazione. Il mio scopo, era fare un film che facesse venire voglia al pubblico di andare a comprare il volume di Moore e Gibbons»..
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Antonella Catena
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