Si parte con un corteo sessantottino, che ha in prima linea un unico ragazzo a volto scoperto: cambio di scena, e scopriamo che quel ragazzo è Sergio Segio (Scamarcio). 15/1/1983, Segio è arrestato da un carabiniere che gli/ci dice: «se ti prendevano quelli della Digos eri già morto». Novembre 1989: è caduto il Muro di Berlino (la cornice storica) e Segio, triste e con le occhiaie, inizia a confessarci le sue colpe di terrorista poi dissociatosi. Il film è la sua confessione, voce celebrante di questo requiem del terrorismo anni Settanta: racconta come tutto è cominciato (lo Stato borghese andava abbattuto e non cambiato), e come da ragazzo della Stalingrado d'Italia (Sesto San Giovanni, Milano) diventa leader di Prima Linea, gruppo terroristico che tra il 1976 e il 1983 ferisce, gambizza, si organizza in clandestinità, uccide (Alfredo Paolella a Napoli, Emilio Alessandrini a Milano, William Waccher, Angelo Furlan). Segio va avanti e indietro nel tempo: soprattutto, ci racconta la sua storia di amore e complicità ideologica con Susanna Ronconi (Mezzogiorno), più militante e rigorosa di lui, che tenta di liberare dal carcere di Rovigo in quello che doveva essere il momento clou del film... Perché così è nel libro Miccia corta di Segio (DeriveApprodi, è stato ristampato con una nuova prefazione dell'autore), a cui il film dovrebbe liberamente ispirarsi: invece Segio (si occupa di volontariato, dopo aver scontato la pena ed essere uscito nel 2004) si è dissociato nuovamente. Perché alla fine, questo film che ne ha subite di tutti i colori prima/durante/dopo, ha scontentato chi doveva contentare e il contrario: è vero che non fa apologia del terrorismo, ma i suoi terroristi protagonisti (e questo ha "toccato" i parenti delle vittime), sono anche troppo pentiti. De Maria non è Bellocchio e non fa interpretazioni d'autore della Storia (Buongiorno, notte): ma non è neppure il tedesco Uli Edel che in La banda Baader Meinhof aveva intrecciato Storia e storie. Premesso che il "volti troppo belli per il Male" è una stronzata e che Scamarcio è, anche, un modo per attirare le giovani generazioni (che male c'è?), La prima linea lascia ai tanti filmati d'epoca la cornice storica, ricostruisce la depressione dei Settanta in modo perfetto (le auto/scatolette, i loden di Segio e di Alessandrini, i tinelli proletari, i colori poi scomparsi dalla tavolozza), non annoia mai: però, al di là della questione "ferita ancora aperta", l'andare avanti e indietro nel tempo è un po' troppo inutilmente complicato e Segio/Scamarcio è troppo presente (il volto così dannunziano, la voce fuori campo così implosa e recitante il mea culpa). E, lasciatecelo dire, un po' troppo penitente...
LA PRIMA LINEA regia Renato De Maria interpreti Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno
Antonella Catena
Fantastichini Ennio, da ex fantastico cattivo/antagonista adesso piangi da vero uomo tenero. E sempre per Ferzan Ozpetek: dopo la disperazione gay di Saturno contro, tocca al piccolo industriale del Sud di che non crede alla realtà di affetti non convenzionali dei due figli, e si commuove quando
Mentre leggete queste pagine, lui, Riccardo, è lontano. Lo dice ridendo: «Cosa farò adesso? Mi prenderò una vacanza! Io e Valeria (Golino, ndr), da qualche parte del mondo. Dove? Questo non ve lo diremo mai! Finito il tour promozionale diL?uomo nero, partiamo!». Le ultime parole famose del famoso
E chi non lo vorrebbe uno come le Zio Peppuccio, alias Riccardo Scamarcio in piena citazione della commedia all?italiana anni Sessanta riaggiornata con una forte dose di grottesco-favolistico-rubinian-pugliese (ricordate La terra Nel film di e con Sergio Rubini (l?accoppiata di Colpo d?occhio),