
Mentre leggete queste pagine, lui, Riccardo, è lontano. Lo dice ridendo: «Cosa farò adesso? Mi prenderò una vacanza! Io e Valeria (Golino, ndr), da qualche parte del mondo. Dove? Questo non ve lo diremo mai! Finito il tour promozionale diL’uomo nero, partiamo!».
Le ultime parole famose del famoso più celebrity dello stivale? Speriamo di no. Riccardo Scamarcio ha compiuto trent’anni il 13 novembre e gli ultimi 12 mesi li ha trascorsi tra film da girare, da promuovere, da accompagnare nelle sale: Italians, Verso l’Eden, Il grande sogno,La prima linea, L’uomo nero e il set di Mine vaganti di Ozpetek. Stakanov Scamarcio si stramerita le strameritate vacanze. Oggi Riccardo è a casa. A Roma. Ha trent’anni meno due giorni, ed in pieno lancio promozionale di La prima linea, il film di Renato De Maria di cui tutti hanno detto tutto: prima, durante e dopo l’uscita. Dal ministro Bondi, all’ispiratore Sergio Segio. Il film è nelle sale. Lo è anche L’uomo nero. A voi scegliere tra lo Scarmarcio terrorista anni Settanta e lo zio vitellone anni Sessanta del film di Sergio Rubini: dovunque andiate, sarà un successo per Riccardo. La chiacchierata è telefonica, causa i troppi impegni dell’intervistato: in 60 minuti cronometrati dal registratore, Riccardo cambierà tono tre volte. Tono e voce e anima. Tre Scamarcio al prezzo di una telefonata. Il primo parte da lontano, si concede profonde e riflessive pause, ha la voce impostata. L’argomento è il suo Sergio Segio, il terrorista poi dissociatosi protagonista assoluto di La prima linea. Gli chiedo come si sente e la sua risposta è complessa quasi quanto la materia.
«Non sono sorpreso, perché sapevo che sarebbe stato inevitabile... Mi riferisco all’interesse, più che alla polemica, perché il film ripercorre un decennio difficile, in cui si sono susseguiti avvenimenti che hanno provocato dolore e sangue. Però mi sento anche dispiaciuto perché in tanti hanno parlato senza aver visto il film, schierandosi anche solo contro la possibilità di ripercorrere quegli anni attraverso un film. Ormai in Italia è vietato approfondire, tutto è strumentalizzabile. Questo non è il film di nessuno, se non del suo regista».
La complessità retorica, riconosciamoglielo, ci sta tutta: Riccardo nel film c’è dentro tutto, corpo, volto e occhio ceruleo.
«Il mio Segio è un personaggio imploso: è incurvato su se stesso, soffre e soffrirà per sempre. L’ho incontrato, due volte in un bar milanese, ma non gli ho chiesto nulla sul come e sul perché. Per pudore. E perché non mi interessava e neppure mi serviva avere quei dettagli, mi sembrava più giusto che io non conoscessi i racconti specifici di quegli avvenimenti che hanno portato tanto dolore a lui e ai parenti delle sue vittime. L’ho incontrato per capire come parlava, che pause faceva, come si muoveva. Ho letto il suo libro, La miccia corta. E guardato La notte della repubblica, il programma tv di Zavoli: durante l’intervista a Rosso, c’è quella pausa lunga, che lui si prende, quando Zavoli gli chiede dell’omicidio di William Vaccher, il militante di Prima linea che per primo “aveva parlato”...».
Adesso parla più veloce e ravvicinato. Al secondo Riccardo dico che all’epoca il 65 per cento di militanti e fiancheggiatori aveva meno dei suoi odierni trent’anni: «Segio aveva 18 anni quando ha cominciato la militanza e 22-23 quando ha commesso le cose più gravi. Nel film si vede come questa inziale desiderio di migliorare la vita dei lavoratori più deboli, poi si trasforma in qualcosa di irreparabile. De Maria si chiede il perché. Se io mi sono dato delle risposte? È difficile: so che eravamo, l’Italia e il resto del mondo, pedine nelle mani dei due giocatori Usa e Urss. La questione dei servizi deviati...».
Azzardo: “se avessi avuto tu, vent’anni, allora?”.
«Credo che avrei militato, non posso dirlo con certezza, sono cresciuto in un’Italia diversa, ma io credo alle passioni: per uno scherzo del destino ho intrepretato prima il ‘68 del Grande sogno e adesso la sua deriva “sbagliata”. Appartengo alla generazione post-ideologica, ma mi incazzo per le ingiustizie e per la demonizzazione dell’impegno e degli ideali. Però un’arma non l’avrei mai impugnata, mi fanno vomitare!». Lo diceva anche mamma Irene, quando il suo Riccardo era Step di Ho voglia di te, lo strappacuore delle adolescenti: «mio figlio è sempre stato un ribelle». Lui confermava: «ad Andria, coi miei amici, distruggiavamo tutto. Ma nulla di serio». Appunto. Il terzo Riccardo è quello della sonora risata iniziale, incentivata dalla domanda su quanto dopo tanti errori/orrori storici sia stato liberatorio finire a fare lo Zio Peppuccio nella Puglia rubiniana: «è stato splendido. La commedia è splendida. Anche quella di Ozpetek lo è! Mi piace creare la risata e farlo con questi disgraziati di registi che sembrano tutti d’un pezzo, ma hanno un cuore d’oro. Mi piace fatica’». Ma chi vuole diventare Stakanov Scamarcio, il nuovo Volonté o il nuovo Mastroianni: «Volonté è un grande, ma io sogno Mastroianni! È lui la mia meta, umana e professionale».
Post-vacanza, ricomincerà.
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