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Home > Hot > Cinema > La prima linea: parla il regista Renato De Maria

Intervista

La prima linea: parla il regista Renato De Maria

Da Paz! al chiedersi perché così tanti giovani scelsero l'irreparabile

Il film è liberamente ispirato a Miccia Corta, il libro di Sergio Segio: quali sono state le vostre altre fonti?
Siamo partiti dai giornali dell'epoca, dai libri scritti dagli ex brigatisti e da quelli de giudici che allora conducevano indagini su di loro. Anche con gli attori, abbiamo guardato e riguardato la trasmissione tv di Sergio Zavoli, La notte della Repubblica: l'intervista a Sergio Segio, e anche quella a Roberto Rocco, che ha colpito così tanto Riccardo. Poi, ovviamente, abbiamo incontrato Segio e Susanna Roncono, che si erano sposati ma oggi non lo sono più: si occupano entrambi di volontariato e di sociale. Per quanto riguarda il libro, lo lessi nel 2006, quando uscì: mi colpì l'impianto narrativo, era già così cinematografico. E poi il tono crepuscolare, che faceva "sentire" la fine di un'epoca e di quell'esperienza terribile che fu la lotta armata. Decisi subito di farne un film, mettendo da parte un progetto su cui stavo già lavorando.

Si sottolinea spesso la giovane età dei protagonisti di questa vicenda: lei dice che il 65 per cento dei militanti e dei fiancheggiatori aveva molto meno di trent'anni...
L'età di Sergio e Susanna all'epoca, e in genere dei ragazzi coinvolti da quell'esperienza è stata l'altra mia grande motivazione. Quando, nel gennaio 1982, Sergio organizza il piano di attacco al carcere di Rovigo, per liberare Susanna, ha 25 anni; quando entra in Prima linea ne ha 18; quando uccide ha tra i 22 e i 25 anni. Prima di pormi il problema della pietas, mi sono chiesto perché era potuto accadere che dei ragazzi così giovani facessero questa scelta, scegliessero l'integralismo dell'ideologia, passando dalla linea difensiva a quella offensiva. Per parlare correttamente degli anni di piombo, avremmo dovuto scegliere di avvalerci dei contributi degli storici, invece abbiamo scelto di mostrare il protagonista in carcere e di farlo parlare al passato. Cominciando in questo modo, con lui che torna indietro nella memoria, abbiamo costruito tre fasi temporali e tre fasce di racconto.

Scamarcio e Mezzogiorno, li ha voluti lei?
L'idea è stata di Andrea Occhipinti, il mio produttore: è parsa a tutti noi subito ottima. Sono soddisfatissimo. Per me, non sono tanto i volti di attori noti il segreto del successo di un film, ma una buona storia. Poi è ovvio che Scamarcio appaia una scelta per fare botteghino in modo facile, ma lui ha fatto anche Mio fratello è figlio unico e Il grande sogno. Non ha fatto solo scelte commerciali, come ovviamente anche Giovanna. Poi mi è piaciuto tantissimo anche lavorare con un cast di sconosciuti.

Si aspettava tutte le polemiche che hanno accompagnato il film, in ogni sua fase?
Per quanto mi riguarda, pensavo che, essendo ormai passati 30 da quegli avvenimenti, fosse arrivato il momento giusto per una sorta di catrsi collettiva. Per me il terrorismo è un evento drammatico che ha cambiato per sempre la storia di questo paese, un trauma collettivo vissuto da tutta la nazione. Il rapimento e l'omicidio di Moro ha rappresentato il culmine del fenomeno, che di lì a pochi anni si sarebbe dissolto pur facendo nel frattempo ancora sangue e vittime innocenti: è ovvio che il nostro cinema, volendo affrontare il terrorismo, si sia concentrato su Moro. Uno per tutti, Buongiorno, notte di Bellocchio. Io ho riflettuto sul perché il terrorismo sia diventato un fenomeno così "allargato", con circa 1.000 terroristi e 10.000 fiancheggiatori nel 1976, numero che aumenterà; sul perché tra il 1976 e il 1980 ci sia stata una media di 5 al giorno tra atti di violenza e attenti; sul perché così tanti giovani scelgono di sparare, di ferire e poi di uccidere...

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Antonella Catena
mercoledi 14.09.09 18.53
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