
Perché cominciare il film con un prologo in yiddish, quasi un horror in costume ebraico?
Ethan Coen: «Ce lo siamo inventato noi, sulla base dei tanti racconti yiddish con cui siamo cresciuti e dei romanzi di Isaac Singer che stavamo leggendo entrambi, quando abbiamo iniziato a lavorare al film. In tutti i racconti e le leggende ebraico-europee c'è sempre un morto che ritorna... A noi serviva per introdurre lo spettatore al film: "attento, qui si parla di ebrei”.
Il film infatti è la vostra prima totale immersione nel mondo ebraico-americano in cui siete cresciuti, ed è nello stesso tempo molto “alla Coen” per il surreale pessimismo...
Joel Coen: «A Serious Man è la storia di Larry, un capofamiglia che nella Minneapolis di metà anni Sessanta. vorrebbe semplicemente mandare avanti la baracca. All'inizio è felice e soddisfatto della propria vita - lavoro, famiglia, comunità - ma la mala sorte si abbatte su di lui e non riesce a credere che qualcosa o qualcuno stia rovinando tutto. Non è la nostra versione della pazienza di Giobbe: l'unica cosa che hanno in comune è il fatto che improvvisamente vengono entrambi messi alla prova. Solo che nel caso di Giobbe, Dio mette alla prova la sua fede: nel nostro, il film mette alla prova lo stile di vita del protagonista. Tra i nostri personaggi passati, quello a cui Larry si avvicina di più è Ed Crane di L'uomo che non c'era, ma perché entrambi sono “soggetti passivi”, che semplicemente reagiscono a cose che succedono loro».
Però vedendo il figlio di Larry che ai vecchi insegnanti preferisce i Jefferson Airplane, in tv guarda il telefilm F-Troops, e si prepara al bar mitzvah, be è inevitabile pensare a voi...
Ethan: «Il fatto che anche noi siamo cresciuti in quegli anni, nella zona tra Minneapolis e St Louis, è ovviamente vero. Non parlerei di autobiografia, però è vero che lo scenario, in questo film, è fondamentale: il paesaggio... Per questo abbiamo voluto girare negli stessi luoghi in cui siamo cresciuti: il laghetto che si vede è quello dove anche noi andavamo in vacanza, il parco sul fiume è lo stesso dove facevamo canoa. La scuola è molto simile alla nostra, anche se non è lo stesso edificio: anche noi avevamo insegnanti così anziani, sopravvissuti all'Olocausto. La nostra sinagoga non esiste più, così abbiamo ottenuto di girare in una vicina. La segretaria della scuola è simile a quella che ci aspettava all'ingresso tutte le mattine».
Joel: «Questo è il nostro film meno citazionista e cinefilo: la citazione più evidente è quella di Larry sul tetto, che ricorda Gary Cooper in La fonte meravigliosa, ma semplicemente perché da adolescenti amavamo quel film. Volevamo raccontare l'unicità degli ebrei del Mid West».
Infatti i vostri ebrei - che tra l'altro sono interpretati da attori d'origine ebraica e quasi tutti originari di Minneapolis - sono unici: non sono né gli ebrei dei film hollywoodiani classici, né quelli di Woody Allen o di Mel Brooks...
Ethan: «Volutamente: noi volevamo raccontare i veri ebrei delle grandi pianure, quelli lontani dalle metropoli cosmopolite come la New York di Allen. Non potevamo usare star. I nostri sono ebrei tristi e problematici, muoiono perfino. Cercavamo l'unicità degli ebrei del Mid West, per questo abbiamo fatto casting locali, come all'epoca di Fargo, ricorrendo anche a inserzioni sui giornali. Il protagonista Michael Stuhlbarg è invece cresciuto tra Los Angeles e New York, e nel suo caso ci piaceva proprio questo mix: è un bravissimo attore teatrale, che all'inizio avevamo contatto per il prologo. Lui studiò lo yiddish, si presentò, ma alla fine preferimmo un attore che la lingua la parlasse abitualmente: così cinque mesi dopo, l'abbiamo richiamato per il film, decidendo solo in un secondo momenti di affidargli il ruolo di Larry».
Joel: «Questa è una storia che avevamo scritto anni fa, per un cortometraggio su un ragazzino che deve prepararsi al bar mitzavh e per farlo consulta un vecchio rabbino molto simile a quelli che avevamo conosciuto noi. Adesso, per il film, abbiamo contattato diversi rabbini e rappresentanti della comunità ebraica di Minneapolis: sono stati gentilissimi, e hanno dimostrato molto humor. Del resto il film stesso non è stato osteggiato dalla comunità ebraico-americana: sono molto sensibili a come vengono rappresentati al cinema, sinceramente ci aspettavamo qualche reazione critica, invece ci hanno piacevolmente sorpresi con la loro apertura. Ma probabilmente è perché gli ebrei ortodossi e radicali, in America, non vanno al cinema! Tutti i personaggi sono un mix di persone che abbiamo incontrato da ragazzini: Larry è un professore universitario come i nostri genitori e i loro amici. Abbiamo scoperto anche che i nostri ricordi non coincidevano: cosa assolutamente ininfluente».
Ethan: «Però tutti hanno idee molto chiare su cosa vogliono dalla vita. Il ragazzo vuole fumare erba e ascoltare musica, La sorella vuole rifarsi il naso. La madre/moglie vuole andare via di casa e ha trovato un uomo che le sembra più serio di Larry».
Al quale non resta che esplodere, e anche quello però non porta a nulla perché alla fine... Senza rivelare nulla, perché tanto pessimismo?
Ethan: «Il finale, diciamo catastrofico-climatico, ci piaceva e poi quella è una zona dove fenomeni simili si ripetono tutti gli anni: ne abbiamo visti tantissimi da ragazzini ed è stato ovvio metterlo nel film... Noi non siamo così pessimisti, nella vita, e non partiamo mai dal presente: ci piace partire dal “c'era una volta”, non nel senso della favola, ma del passato. Il presente non ci ispira... Ma non è pessimismo di fronte alla realtà: è che il quotidiano è così limitato...».
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