Per dirla tutta, è un anniversario un po’ bislacco. Infatti l’edizione del festival dell’isola di Wight di cui ricorre il quarantennale non era la prima bensì la terza. Sull’isola, prima di questo megaraduno considerato mitico, si erano già svolti altri due festival: il primo era durato soltanto un giorno, il 31 agosto 1968, e tra gli altri si erano esibiti i Jefferson Airplane, The Move, i T-Rex e Arthur Brown. C’erano diecimila spettatori. Nel 1969 i giorni diventarono due, 30 e 31 agosto, gli spettatori 150 mila e sul palco salirono Joe Cocker, The Band, i Free, Richie Havens, i Moody Blues, i Pentagle e Bob Dylan. Nascosti tra il pubblico c’erano anche tre quarti dei Beatles: John, George e Ringo avevano raggiunto in incognito il luogo del raduno per assistere al concerto di His Bobness, alla sua prima esibizione dopo il terribile incidente motociclistico del 1966 (si era rotto un vertebra cervicale). Curioso notare che Wight is wight, la famosa canzone scritta da Michel Delpech per celebrare il mito di Wight (in Italia la portarono al successo i Dik Dik col titolo L’isola di Wight) si riferiva proprio a questa edizione: nel testo vengono citati Dylan e Donovan, ma quest’ultimo in realtà non c’era.
Ma quella passata alla storia anche grazie al documentario Message to love di Murray Lerner è la terza edizione, quella che si svolse dal 26 al 30 agosto 1970 cui partecipò un cast che oggi definiremmo “stellare”: Kris Kristofferson, Supertramp, Procol Harum, Chicago, The Who, Sly & the Family Stone, Joni Mitchell (fece il diavolo a quattro per esserci: era ancora furente col suo manager che le aveva sconsigliato di andare a Woodstock), Ten Years After, Emerson Lake & Palmer, Miles Davis, Joan Baez, Jethro Tull, Leonard Cohen. Quello fu anche il penultimo concerto di Jimi Hendrix (morì il 18 settembre a Londra: l’ultimo show lo fece al Fehman Festival in Germania il 6 settembre) e l’ultima esibizione europea dei Doors con Jim Morrison (che morì il 3 luglio 1971 a Parigi). E stavolta c’era anche Donovan! Il festival attrasse una folla superiore addirittura a quella che l’anno prima aveva invaso Woodstock: stime attendibili parlano di almeno 600 mila persone. Eppure sotto l’aspetto economico fu un fallimento: soltanto una minoranza pagò il biglietto di tre sterline per cinque giorni di musica, la perdita secca per gli organizzatori fu di 125 mila sterline. Un afflusso così massiccio su un’isola popolata da meno di 100 mila abitanti creò problemi enormi: l’organizzazione era pessima e c’era scarsità di acqua, cibo e cessi. I comportamenti anticonformisti di quella folla oceanica furono considerati così “scandalosi” da indurre pochi mesi dopo il Parlamento inglese a votare la cosiddetta “Isle of Wight Act”, legge che vietava sull’isola ogni tipo di spettacolo con più di cinquemila persone.
Ecco perché, anche se questo festival ha rappresentato l’apogeo della cultura hippie in Europa, per oltre trent’anni è rimasto in una sorta di limbo. Soltanto nel 2002 qualcuno ha provato a replicarlo e da allora si svolge ogni anno. Ma, anche se il cast è sempre interessante (all’edizione 2010, dall’11 al 13 giugno, hanno partecipato Jay-Z, Florence & the Machine, The Strokes, Blondie, Paul McCartney e Pink), l’atmosfera magica di quei giorni è impossibile da replicare. Del resto, se oggi qualcuno basasse la sua campagna su uno slogan che recita “Pace, amore & musica” sarebbe preso per pazzo. Allora invece queste tre semplici parole accomunavano milioni di giovani in tutto il mondo.
Massimo Poggini
IO C'ERO: FAUSTO GIACCONE
Immerso nel bagno mistico di giovani nudi. Ecco come nasce un reportage storico
L’ agosto 1970 segnò per me il primo vero anno da fotoreporter. Avevo iniziato solo due anni prima, in quel fatidico 1968, in cui a Roma abbondonai l’idea di fare l’architetto e decisi che avrei fatto il fotografo, o meglio il fotoreporter. Il ’68 passò saltando da una storia all’altra. Gennaio in Sicilia per il terremoto nel Belice, febbraio e marzo a Roma seguendo le lotte del movimento studentesco. In agosto e settembre in Egitto e Giordania, a realizzare il primo reportage sulla resistenza palestinese a un anno dalla guerra dei Sei Giorni, che finì sulle pagine di Paris Match. Nell’estate del 1970 decisi di passare un periodo in Gran Bretagna. A Londra mi divisi tra servizi sui black panthers, gli skinheads, la City ancora popolata da tube e bombette. Poi lessi che si sarebbe svolto un festival musicale nell’isola di Wight. L’anno prima negli Stati Uniti c’era stata Woodstock, e avevo ancora in mente le immagini che avevo visto su Life: grandi masse di giovani pazzi per la musica, le droghe e l’amore. Una in particolare, del fotografo Burk Uzzle, con una coppia in piedi abbracciata sotto una coperta, e centinaia di coetanei in sacco a pelo sullo sfondo. Credo che mi diressi verso il luogo del raduno, East Afton Farm, Freshwater, con quelle aspettative. Sapevo che ci sarebbero state presenze musicali indimenticabili, da Bob Dylan a Joan Baez, da Jimi Hendrix a Leonard Cohen, ma non arrivai mai sotto il palco, tale era la calca. Preferii restare ai margini cercando delle immagini significative di contorno, e così riuscii ad assitere a quel bagno mistico di giovani nudi nelle acque dell’isola al tramonto, seguito da balli tribali sulla spiaggia, che rimase per me come la sintesi di quei giorni.
Fausto Giaccone
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