
«Non mi piace essere una celebrità. È un lavoro di servizio: è come lavare i cessi, per me. Mi fa sentire una specie di schiava». Dice cose così, Björk. Questo, quando ha album da promuovere. L’ultimo, Volta, è uscito nel 2007. Nei tre anni successivi si è limitata a stare accanto a Matthew Barney, acclamato artista americano, compagno da nove anni e padre della sua Isadora, sette.
Ma la cantante islandese è in pista da quando era una bambina: era un’undicenne di talento quando mammà l’ha convinta a pubblicare il primo disco, ma a 14 già non ne voleva più sapere. Poi sono arrivati gli anni Ottanta e la ragazza di Reykjavik ha sperimentato il punk (con i Sugarcubes), fatto un figlio (Sindri), riacquistato la libertà (lasciando il di lui padre, il bassista Thor Eldon). E ha cominciato a conoscere il mondo (frequentando prima Tricky dei Massive Attack, poi Goldie).
Ha 27 anni quando pubblica il suo primo album solista (Debut) e tutti s’accorgono del folletto che se ne va in giro vestito come una creatura aliena raccontando di luoghi incantati abitati ancora da fate e spiritelli dei boschi. Quando le mostrano un abito a forma di cigno, lei se lo attorciglia al collo e si presenta agli Oscar del 2001 deponendo uova sul red carpet. «Era uno scherzo, ma nessuno l’ha capito», si difende. «La musica, per me, è un fatto. È come l’algebra», dichiara un giorno illudendosi che chiunque possa comprenderla. Infine, dedica i suoi album a diverse cause: l’indipendenza del Kosovo, del Tibet, delle isole Faroe.
Ora che il governo islandese vuole vendere Orka, il più grande produttore di energia geotermica del Paese, alla canadese Magma, Björk a 45 anni si riscopre combattente (il padre è leader sindacalista, la madre attivista).
«Non voglio che una compagnia straniera si impossessi delle nostre risorse», fa sapere mentre organizza un concerto di protesta. E conclude: «Solo quando il governo annullerà l’accordo potrò tornarmene a scrivere canzoni».
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Ilaria Bellantoni
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