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Max Cult

27 morto che canta

Jimi, Janis, Brian, Jim, Kurt: giovani, ribelli e fuori di testa. E tutti passati a miglior vita alla stessa età. Una mostra a Londra ricorda i miti del maledetto “Club 27”

«Adesso anche mio figlio fa parte di quello stupido club», disse una volta Wendy O’Connor, la (poco amata) mamma di Kurt Cobain. Ovviamente si riferiva al “Club 27”, a cui sono iscritti pure Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, tutti morti all’età di 27 anni in tragiche circostanze. I cui contorni, a distanza di molti anni, sono ancora piuttosto misteriosi. «L’immaginario collettivo», osserva Cesare G. Romana, decano dei critici italiani, «non ha ritegno nel popolare il mondo del rock di finti decessi, suicidi che nascondono omicidi, incidenti non troppo fortuiti, trame più in sintonia con il percorso imprevedibile di un giallo che con la matematica consequenzialità di un giro armonico».
Il padre fondatore del club è il mitico bluesman Robert Johnson. Racconta la leggenda che avesse fatto un patto con il diavolo: gli avrebbe venduto l’anima in cambio della capacità di suonare la chitarra come nessun altro al mondo. Della sua breve vita non si sa quasi niente. Una delle poche cose certe è che morì di morte violenta il 16 agosto 1938, ucciso dal proprietario di un locale in cui suonava regolarmente: Johnson aveva una tresca con sua moglie.
Trentun’anni dopo, intorno alla mezzanotte del 3 luglio 1969, l’ex chitarrista dei Rolling Stones Brian Jones (da poco sostituito con Mick Taylor) veniva trovato morto nella piscina nella sua villa di Hartfield, in Inghilterra. Il coroner scrisse “morte per incidente”, annotando che fegato e cuore erano “pesantemente compromessi dall’abuso di alcol e droghe”. Ma il mistero rimane: nel 1996 un’ex guardia del corpo del chitarrista confessò di averlo annegato perché voleva derubarlo. E nel 2000 Anna Wohlin, all’epoca fidanzata di Brian, scrisse che in realtà l’assassino era Frank Thorogood, un costruttore che si trovava nella loro casa per decidere come ristrutturla.
Ammantata di mistero è anche la morte di Jimi Hendrix, il 18 settembre 1970 in un appartamento al Samarkand Hotel di Londra: morì soffocato dalla saliva e dal vomito dopo una notte brava. La fidanzata Monika Dannermann fu accusata di aver chiesto aiuto a Eric Burdon, musicista e grande amico di Jimi, quando non c’era più nulla da fare. Anche in questo caso le ipotesi si sprecarono: alcuni parlarono di suicidio, visto che poche ore prima Jimi aveva scritto una poesia che era un autentico addio alla vita, altri sostennero fosse stata, chissà perché, la mafia.

La notizia della morte di Hendrix sconvolse Janis Joplin: era una sua fan, e come lui un’eroinomane e un’alcolista. Quelli del suo entourage le dissero: «Tranquilla, due rockstar non possono morire lo stesso anno. E poi Jimi era più famoso di te, e morire dopo di lui sarebbe imperdonabile!». «Mi sa che anche stavolta mi ha battuto sul filo di lana», replicò lei. Aveva ragione: nella notte tra i 3 e il 4 ottobre 1970, Janis morì di overdose. Non si faceva da settimane, ma quella sera era più triste del solito. Sembra che l’eroina venisse da una partita purissima, tanto che nei giorni seguenti i pusher di L.A. la vendettero dicendo: «È così buona che ha spedito la Joplin in paradiso».
Jerry Garcia disse: «Janis era una ragazza-razzo, ha raggiunto la vetta e poi è morta nel miglior momento possibile, senza arrivare al declino, diventare brutta, vecchia, rimbambita». Forse il leader dei Grateful Dead aveva enunciato una teoria che si sarebbe rivelata azzeccata.
Qualcuno l’ha definito il “business dei Cari Estinti della Musica Giovane”: Brian, Jimi, Janis e tutti gli altri morti in giovane età in vita erano famosi, da morti sono diventati dei miti. E siccome lo showbiz è cinico, sono stati trasformati in macchine fabbrica-soldi. Un paio di esempi: dopo il suicidio di Cobain, i Nirvana hanno venduto quasi 10 milioni di copie di Unplugged, un album postumo. E la leggendaria Fender Stratocaster del 1965 di Hendrix è stata venduta qualche tempo fa alla stratosferica cifra di 575 mila dollari. Insomma, ha ragione Randy Newman quando canta I’m dead (But I don’t know it): “Sono morto, ma non me ne sono accorto”.
“La morte”, spiega Nick Talevski, nella sua The encyclopledia of rock obituaries, “lungi dall’essere un finale, ha spesso riacceso le carriere di artisti altrimenti appassiti”. Il mensile americano Forbes pubblica ogni anno la classifica dei guadagni dei musicisti scomparsi ed è sorprendente vedere come Elvis, Lennon, George Harrison, Marley, Jeff Buckley, Hendrix, Cobain, Morrison o il nostro Lucio Battisti continuano a fatturare milioni di dollari.
Non solo con la vendita di album, dischi postumi e compilation, ma anche con gadget di ogni genere e la visita dei luoghi “sacri”. Come Graceland, dimora di Elvis Presley, visitata ogni anno da centinaia di migliaia di fan.

Altro luogo di pellegrinaggio è il cimitero Père-Lachaise di Parigi, dov’è sepolto Jim Morrison, colui che ha generato più leggende di chiunque altro. Jim morì nella sua casa parigina il 3 luglio 1971. Non fu eseguita alcuna autopsia: i referti parlano di arresto cardiaco, in realtà si trattò di overdose. Ma su “re Lucertola” più che la morte, ad affascinare sono supposizioni ben più intriganti: alcuni sostengono che Morrison viva in incognito una vita segreta con la fidanzata Pamela (in realtà morta per overdose nel 1974), altri giurano di averlo visto vicino a una bancarella sulla Senna o di aver bevuto una birra con lui. Noi preferiamo non indagare: meglio ricordarselo giovane e bello, con quello sguardo che sfida il mondo, e una voce meravigliosa.
Qualcuno ricorda cosa cantavano gli Who? Hope I die before I get old… (“Spero di morire prima di diventare vecchio…”). E Janis Joplin diceva: «Preferisco vivere intensamente 10 anni, piuttosto che ritrovarmi a 70 all’ospizio davanti alla tv». Un destino crudele ha voluto accontentarla.

A cura di Massimo Poggini
mercoledi 14.09.09 18.53
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