
«Se mi fermassi a pensare, metterei la chitarra in un angolo e uscirei per cercarmi un lavoro, magari da contadino. Preferisco pensare che ci sia spazio per entrambi». Punto e a capo. Jakob Zimmerman Dylan liquida così la pratica edipica. Love minus zero, no limit. Nessun confronto con padre Bob, nemmeno adesso che l’ultima fatica del figlio del profeta e di Sara (quella cui dedicò la canzone omonima su Desire e Sad eyed lady of the lowlands) autorizzerebbe l’azzardo del paragone, stilistico se non altro. Sì, perché Seeing things, primo album da solista a dieci anni dall’esordio con la sua band, è “the dark side of Jakob”. Lontano dai Wallflowers, la carta da parati si stacca e mostra un muro di folk acustico venato di blues con infiltrazioni evidenti di malinconia e bagliori vocali degni del miglior Elvis Costello (Valley of the low sun). Stile canzoni sul dondolo in veranda all’imbrunire, da gatto con gli stivali romantico. Scarnificate, scortecciate, a volte anche accartocciate. Per amatori, non per tutti. Simple twist of fate. L’idea nasce all’improvviso, mentre Jakob è impegnato ad aprire i concerti dell’ultimo tour di T-Bone Burnett, grande musico e produttore dell’opera prima dei Wallflowers, Bringing down the horses: «Ero da solo, senza band. Una sola chitarra acustica. Attingevo dal materiale Wallflowers, ma in versione primitiva. Riproponevo le canzoni com’erano nate, nude e indifese, e prima dell’intervento dei Wallflowers. Fu una folgorazione. Volevo un disco di canzoni nuove, ma con quel tipo di prospettiva». Canzoni nuove, fuori dal mondo e anche dal mercato. Il primo a crederci è Rick Rubin, da poco nominato boss della Columbia. È lui, già fondamentale guida di Johnny Cash, ad asfaltare la strada a Dylan: «Prenditi il tuo tempo. Torna in studio e ricominciamo da capo la produzione». Il risultato è un ventaglio di dieci canzoni povere di suoni e ricche di simbolismi, immagini, metafore, mistero. In un modo o nell’altro figlie del country blues: «Quella è la musica che ascolto, il vocabolario cui attingo. Se sei un songwriter, questo dovrebbe essere il tuo campo, il tuo livello di guardia. Volevo scrivere canzoni che suonassero come se esistessero da sempre, come se fossero state scolpite nella pietra, non realizzate in qualche studio chissà dove». Canzoni eterne. Come On up the mountain. Come quelle del padre. Beh, non proprio uguali. Ma è vero, c’è spazio per entrambi, in questo vagare che a tratti sembra solo un semplice scherzo del destino, sì, proprio “a simple twist of fate”.
Massimo Cotto