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intervista

Graphic Novel: Ho disegnato la mia notte alla Diaz

Intervista a Christian Mirra che in Quella notte alla Diaz ha disegnato il suo incubo di innocente «preso a mazzate da poliziotti mascherati»

Christian Mirra, presentati...
Faccio il grafico illustratore. Adesso sono a Roma, ma da circa quattro mesi vivo a Barcellona, dopo essere stato ad Amsterdam. Vivo all'estero da 10 anni: nel 2001 ero già a Barcellona. Ho studiato Scienze politiche, ma ho sempre voluto lavorare come grafico.

Quella notte alla Diaz oarte dal 22/7/2001, la tua notte da incubo alla scuola Diaz di Genova: però racconti anche il prima e il dopo...
Sì, quell'estate cominciò con il progetto di andare in vacanza in Olanda: ci ho messo 6 anni a farlo, quel viaggio. Come disegno nel libro, un amico che aveva fatto l'Erasmus ci aveva laciato le bici, io e un altro volevamo fare un viaggio in autostop... Non siamo riusciti a realizzarlo...

Ti va di partire da pag 58 del libro? È la pagina in cui metti tre tue foto che mostrano le torture che hai subito quella notte. È scioccante: i disegni, i fumetti, in qualche modo "alleviano la tensione", ma vedere quei tre scatti fotografici dà veramente il senso dell'incubo che hai subito. Perché hai voluto inserirle?
È stato scioccante anche per me: sono un documento forte. Tutta la storia è vera e quelle immagini fotografiche, dopo e prima di altri disegni, mi servivano per dire: è tutto vero! Avevo un po' il timore che passasse per un'esagerazione, soprattutto la parte delle mazzate e queste foto rendono più immediata la realtà dei fatti. Mentre facevo questo libro ho avuto la paranoia di non essere creduto. Per parecchi anni ci hanno accusato di essere dei black block, di aver fatto resistenza... Quelle tre foto sono una "prova" della nostra sincerità: le ho con me a Barcellona, insieme a tutti i ritagli di giornale...

Il libro è estremamente personale, coi disegni spessissimo in soggettiva: le vignette sono annebbiate quando sei senza occhiali, perfino... Però è dettagliatissimo e molto documentato. Come sei riuscito a fare entrambe le cose?
Volevo renderlo un documento storico. La mia esperienza personale e il ricordo che ne ho, infatti sono preceduti dai fatti di Napoli del marzo 2001 dove le violenze erano state un anticipo di quelle di Genova, mentre nella parte finale ci sono i processi che si sono susseguiti negli anni. Ovviamente su questi fatti storici mi sono documentato tantissimo, ho anche intervistato testimoni di Napoli. Spero di aver lasciato un documento che serva anche a ricostruire i fatti e mantenere la memoria. In particolare ci tenevo alla soggettiva all'interno della scuola della Diaz, perché di quei fatti non esistono documenti e immagini, anche se le ricostruzioni dei magistrati sono state molto accurate. Ci sono state anche tante mistificazioni dei fatti e io volevo raccontare la storia come l'avevamo vissuta veramente.

Tra le mistificazioni, quale ti ha dato più fastidio?
Tutt'ora, da destra e da sinistra, quando si parla di Genova ci si concentra sulle violenze dei manifestanti. E c'è lo scaricabarile tra i politici, perché poi al governo quando ci sono stati i fatti di Genova c'era la destra, ma all'epoca di Napoli c'era la sinistra... Si è trasformato un movimento che era complessisimo e diversissimo, in un movimento unico: tutti black blok violenti, ma noi non eravamo così, e nel movimento non c'era nessuna gerarchia. Nella polizia, dove invece la gerarchia c'era, si parla di poche mele marce: vero, ma erano al comando e ci sono rimaste. Per me gli elementi negativi nelle forze dell'ordine hanno questo senso di immunità.
Il libro finisce con la frase "l'Italia attende ancora una legge contro la tortura": l'idea che si è perseguitabili solo se la tortura è reiterata, è increddibile! Per me tutti devono essere responsabili per quelli che fanno: alla Diaz c'erano alcuni poliziotti mascherati che non sono mai stati identificati. Io credo fermamente che nelle forze del'ordine ci siano persone a cui tutti noi dobbiamo tantisismo, che si sacrificano, ma ce ne sono anche altri che ne macchiano l'immagine e che continueranno a farlo, perché non si prendono le misure perché queste cose non si ripetano.

Ma il libro quando è nato? Quanto tempo ci hai messo?
Iniziai quattro anni dopo, quando scoprii Maus e Persepolis e altri fumetti molto forti, su fatti veri. Scrissi uno storyboard tutto di fila, che ho ripreso in mano due ani fa: avevo già disegnato le prime pagine, quando iniziai a fare diverse ricerche e a studiare i meccanismi di narrazione grafica... Buttai quelle prime tavole e ricominciai. Diciamo che ci sono voluti due/tre anni di maturazione, e circa due di realizzazione.

Nessun problema a trovare un editore?
È stato sorprendentemente facile, penso anche per l'interesse generale per le graphic novel. Essendo il mio primo fumetto, pensavo a un editore più piccolino, poi tramite un amico che fa da consulente a Guanda Graphic sono arrivato a loro.

Hai messo proprio tutto, nel libro?
Per un po' di tempo, tornato a Benevento, vedevo ovunque l'ispettore L., che avevo incontrato quella notte. Non so perché, ma l'avevo dimenticato: quella sua presenza aveva aumentato di molto il mio stato di paranoia. Nel libro mostro come quella notte mi avesse citato mia sorella, cosa che mi fece venire i brividi: lei è quanto di più lontano dalla politica, ma forse l'aveva detto per spaventarmi...

Perché lo chiami solo L.? Voglio dire, Berlusconi ai poliziotti violenti lo fai dire senza paura...
Non lo so, forse rientra nella mia paranoia. Il poliziotto, il nome di Berlusconi lo fece veramente. È strano però come io abbia voglia di dire nomi e cognomi dei superpoliziotti, e poi mi metto paura del nome di un agente della Digos.

Il libro cambia molto, dallo stile dei disegni al fatto che la parte finale è più sintetica...
Si la parte iniziale è giorno per giorno, momento per momento, mentre la quarta parte, l'epicologo, condensa in poche pagine fatti che si sono svolti in anni diversi... Per quanto riguarda il disegno, quello che so fare meglio è usare le matite e realzzare lo storyboard, l'inchiostratura mi riesce di meno e quindi è normale che il tratto sia così. Nel nuovo fumetto a cui sto lavorando, che è fiction, il tratto è più stabile. Quella notte alla Diaz non l'ho realizzato cronologicamente, ma così: la seconda parte, la prima, la terza, poi ho ripreso la prima aggiungendo i fatti di Napoli e rifacendo un paio di tavole. La parte migliore per il segno penso sia la quarta, che ho fatto per ultima e tutta di fila.

La tua tavola preferita, quella che sintetizza il libro?
L'urlo, a pag 28. Quel volto viene da una foto quasi comica, che una mia amica mi fece prima di Genova. Avevo la bocca spalancata, stavamo facendo una scampagnata...

L'urlo di Mirra, potremmo chiamarlo...
Grazie. In realtà, l'immagine che appartiene di più alla mia memoria è quella nella pagina precedente, l'ultimo ricordo prima delle mazzate: l'ho messa nel cerchio a centro pagina, i poliziotti che arrivavano dalle scale e mi attaccavano. Comunque fin dal'inizio volevo usare stili diversi, per le diverse parti: lo stile cartoon che fa identificare lettore e protagonista nella prima parte, che dà anche il senso della vita allegra prima di quella notte; lo stile realistico per la seconda, quella più cruda dalle mazzate in poi; lo stile sfocato, quasi impressionistico, delle mie soggettive senza occhiali e della terza parte, con il mio punto di vista dal letto del'ospedale e qindi le scene ripetitive...

Il libro ti ha fatto da terapia?
Io credo di sì. Non ho mai avuto momenti in cui ho voluto abbandonare il progetto, però non è stato facile. Per esempio il libro ha una sua colonna sonora, nella mia testa: è Echoes dei Pink Floyd, dall'album Meddle... Parte come un incubo e poi diventa melodica e si riprende, e io in certi momenti mi sono sentito proprio così. È stato duro ricordare, ma mi ha aiutato a cicatrizzare le ferite: è stata l'esperienza più dura della mia vita, ma mi ha permesso di farci un libro. E poi ogni occasione di parlare di questa storia è buono: mi ha sempre preoccupato il fatto che l'11 settembre ci avrebbe fatto dimenticare e o strumentalizzare, come è anche successo.
Ancora oggi mi capita di sentire gente che mi dice "tu sei un bravo ragazzo, ma stai attento alla gente che frequenti". Perché poi di Genova si continuano a far vedere solo i black blok e le violenze, immagini che non spiegano invece quello che era il movimento, che non mostrano noi alla Diaz né quelli di Bolzaneto. Perché poi i black blok non sono stati presi.

L'immagine del serpente, al processo, l'hai pensata veramente?
Quando stavo lì, dopo la testimoniananza dissi per scherzo a un'amica "ma come fanno così viscidi ad arrampicarsi sugli specchi?". Mi sembrava simpatica e ce l'ho messa. Quella delle tre scimmie/poliziotti che non vedono/sentono/parlano, invece rappresenta l'omerta delle forze di polizia: dietro di loro ci sono i corpi nudi torturati. Finora ho conosciuto solo una poliziotta che venne a parlarci un anno dopo i fatti di Genova, dicendosi desolata: come lei ce ne sono tanti, altri ragazzi hanno testimoniato che ce ne furono di polizioti che dissero di lasciarci stare, però perché poi questi non parlano? Perché prevale lo spirito di corpo rispetto al senso di giustizia? Quando questo spirito di corpo diventa omertà e difende dei crimini, è un fatto grave.

Per dovere di cronaca, disegni anche il poliziotto di Avellino che ti ha aiutato...
Non l'ho mai incontrato e non so neppure come si chiama: non me lo disse per paura, chissà cosa gli avevano detto di noi. Però sono contento non solo perché mi aiutò in quell'occasione, ma perché col libro posso mostrare che esistono anche elementi come lui, nelle forze dell'ordine: non volevo fare di tutta l'erba un fascio. Una delle mie frasi preferite è di Alexandre Dumas: "ogni generalizzazione è sbagliata. Incluso questa".

Non avresti voluto inserirla nel libro, tra quelle con cui apri i capitoli?
Ne avrei volute mettere tante... Mi piace quella di Cossiga: lui dice in pratica che dagli anni Settanta in cui era ministro degli interni si fa così, si usano gli agenti provocatori. La frase del questore di Genova Pesenti, in cui parla di errori di chi porta la divisa e del fatto che debbano pagare anche più degli altri, l'ho messa perché lui non l'ha detta nei confronti di Genova, ma per l'arresto di due poliziotti arrestati per spaccio di droga, implicati anche nello stupro di alcune prostitute arrestate e nei fatti di Bolzaneto. Sono parole giuste, ma dette due mesi dopo la sentenza Diaz..

Sei in contatto con i ragazzi che hai disegnato? Lo svizzero Fabian, per esempio?
Con altri ci siamo visti in tante occasioni, ma tramite il mio avvocato ho saputo che Fabian non vuole pià tornare in Italia. Adesso ho conosciuto la ragazza spagnola che mi ha dato il primo soccorso, ci siamo incontrati adesso per la prima volta a Barcellona. Non ho ancora fatto in tempo, ma voglio regalarle una copia del libro.

Illustratore e fumettista, Christian Mirra è nato a Benevento il 4/6/1977. Oggi vive a Barcellona, dopo aver passato qualche anno ad Amsterdam. Il 21 luglio 2001 era a Genova: alle h 19 entrava nella scuola Diaz.. Quella notte alla Diaz, la sua prima graphic novel, racconta il suo prima, durante e dopo quella notte ("Genova, 22 luglio 2001" dice la prima "nuvoletta"): è edita da Guanda Graphic. Tutta la sua storia, personale e professionale, lo trovate su www.christianmirra.com

Antonella Catena
mercoledi 14.09.09 18.53
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