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Mostre

Egon Schiele e il suo tempo

A Milano fino al 6 giugno le opere del giovane maestro dell'Espressionismo e degli artisti più celebri dell'epoca

Non ci sono effetti speciali e nessun richiamo a pedoflia, Eros e Thanatos, o disegno schizofrenico. Neppure morbosità - in stile rotocalco - condite con Freud o psicanalisi fai da te. Schiele e il suo tempo(Milano, Palazzo Reale, fino al 6 giugno), è una rassegna lontana da stereotipi fin troppo abusati.
Presenta Egon Schiele (1890-1918), Gustav Klimt (1862-1918), che ne ha tracciato il cammino.
E i compagni di brigata, primo fra tutti: Oskar Kokoschka (1886-1980). Nel breve periodo in cui Schiele è vissuto a Vienna in città s'incontravano: Hoffmann e Loos (architetti), Wittgenstein (filosofo), Moser e Gerstl (pittori), il già citato doctor Freud… Il mondo della cultura, da sempre, gravita attorno a metropoli come Atene, Roma, Firenze, Parigi, New York… Le sinfonie degli Strauss, allora allietavano la vita viennese. In mostra si ascoltano anche Mahaler, Berg, e l'aria che si respira è piacevole. Le opere - 82 - provengono dal Leopold Museum di Vienna. Rudolf Leopold (1925), dentista dal fiuto straordinario, e la moglie Elisabeth, nel corso del tempo hanno collezionato 5.400 opere del periodo in questione, 320 delle quali sono pitture o disegni di Schiele.
Patrimonio che oggi ha un valore inestimabile ma nel secondo dopoguerra s'acquistava per pochi scellini, perché - sul mercato - valeva ancora la qualifica di arte degenerata, pronunciata nel 1937 da Adolf Hitler. Pittore fallito e mente criminale, Hitler, nel 1918, già svalvolava, accecato dall'iprite. Un film aiuta a visualizzare ancor più delle foto, come Schiele sappia rendere la carta… carnale. Non che il Ritratto di Tilla Durieux, di Oppenheimer, sia meno stuzzicante: brava attrice, bella figliola… Ma reggere il confronto - Madame Durieux, posa inclusa - con la Ragazza inginocchiata appoggiata sui gomiti, di Schiele? Non è solo questione di un disinvolto linguaggio corporeo. E' il fraseggio pittorico a fare la differenza. Oppenheimer posa il pennello dovunque sulla tela. Schiele lo appoggia qua e là, quasi senza colore. E scompiglia le chiome, il vestito, la carne.

Guido Russi
mercoledi 14.09.09 18.53
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