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reportage

Kill Obama

Un presidente nero proprio non lo sopportano. Così l'America bianca si prepara alla guerra. «Le munizioni? Valgono più dell'oro»

John Marks ha 64 anni e osserva i boschi fangosi vestito con una mimetica militare. La pioggia lo ha inzuppato completamente. In lontananza un’auto sta bruciando, le fiamme divampano mentre centinaia di proiettili s’infilano nella carcassa di acciaio. Una nuvola di fumo blu sale verso la collina, mentre traccianti rossi e verdi colorano il cielo pomeridiano. Il vapore si alza dalle canne di una fila di mitragliatori in azione: una calibro 50 che scuote gli alberi e una mitragliatrice da tremila proiettili al minuto che attiva a distanza gli allarmi delle auto. «Gli alberi, il fango e i colpi d’arma da fuoco. Tutto questo mi ricorda il Vietnam», grida Marks per farsi sentire. «L’unica differenza è che qui vendono gli hotdog».
Marks ha guidato per duemila chilometri insieme a cinque amici per partecipare a una tre giorni di celebrazioni delle mitragliatrici che attira veterani di guerra dai capelli a spazzola e ispidi montanari panciuti dalle folte barbe, tutti accomunati da un grande amore per le mitragliatrici e da un odio sordo nei confronti del presidente Barack Obama.
Tutti possono partecipare al Knob Creek Machine Gun Shoot(il prossimo è dal 10 al 12 aprile), l’ingresso costa 10 dollari per gli adulti e 5 per i bambini. Intere famiglie partecipano e sparano, compresi ragazzini coi tappi per le orecchie e un fucile d’assalto a tracolla come fosse uno zainetto.
Ecco i “vecchi bravi ragazzi”, come si autodefiniscono, pronti a combattere per difendere l’America.

Perché una nuvola nera è discesa sulla madre patria. Anzi, un presidente nero. E poi i matrimoni gay. Un declino finanziario con provvedimenti di stampo socialista dallo Stato. E infine il partito repubblicano in pezzi. Quando poi Obama ha annunciato il suo piano per limitare il diritto a possedere armi, allora sì che è arrivato un vero e proprio shock al cuore della vecchia America, facendo crescere un movimento rivoluzionario che spaventa i suoi stessi sostenitori.
«Norm non ce l’ha fatta quest’anno», spiega Marks riferendosi a un caro amico che è crollato sotto la pressione dei cambiamenti. «Lui è un poliziotto in pensione ed è totalmente convinto che ci siano 100 mila soldati delle Nazioni Unite che si nascondono nelle caverne sotto Denver e si preparano a invadere l’America. È così paranoico che non ci si può neppure parlare. Secondo lui per esempio questo ritrovo è solo un pretesto per consentire agli agenti federali di fotografarci e catalogarci».
Marks sembra soffrire davvero per i problemi dell’amico. «Penso che molto di quanto gli è accaduto sia dovuto a uno shock culturale improvviso, aggravato da una nazione che cade a pezzi». Lo stesso Marks ha cominciato a prendere precauzioni, non si sa mai. «Porto sempre con me un’arma carica, mi fa sentire più tranquillo. Dormo in un hotel economico e la prima cosa che faccio quando arrivo è mettere la mia 9 mm in un posto dove posso raggiungerla facilmente». Aggirarsi per le alture del Knob Creek è come ritrovarsi in un bazar di armi dell’Europa dell’est.
Hai bisogno di una baionetta per il tuo Ak-47 di fabbricazione polacca? 25 dollari. Cerchi una cartucciera da 100 proiettili per quell’PKM ungherese? 80 dollari. I rivenditori girano per le bancarelle coi prezzi degli UZI incollati sulla schiena.
Un uomo s’incammina verso il parcheggio tenendo in mano due bazooka. «Sono stati disattivati tramite alcuni fori, vedi? Ma io posso tappare i buchi e renderli ancora funzionanti», dichiara il compratore.
Avvicino un venditore di armi di nome Joe, che spiega: «Senza il secondo emendamento (il diritto a essere armati), il primo (la libertà di espressione) è solo un pezzo di carta». Joe compra e vende armi da vent’anni e vuole condividere con me un segreto: «Nel conflitto che sta arrivando, nella nuova rivoluzione, le munizioni saranno il nuovo denaro», sussurra. «Le munizioni», dice, «potrebbero rappresentare il miglior investimento del mondo». Guardo la sua maglietta decorata e capisco tutto: “Se sai quante armi possiedi, non ne possiedi a sufficienza”, c’è scritto sul petto.
Parlare con Joe delle sue pistole è semplice, ma quando gli chiedo un’opinione sul presidente Obama scompare in un mondo sotterrano e nebbioso che non riesco a decifrare. «I discorsi di Obama sono hitleriani. Alcuni psicologi sostengono che utilizzi sei diverse tecniche di ipnosi mentre parla». Dietro Joe c’è un poster con Adolf Hitler in piedi dietro a Barack, con un’espressione calma, mentre posa le mani sulle spalle del presidente Usa: «Foto di Obama e Papà, 1 dollaro!», grida il venditore.

Sono nato negli Stati Uniti e so bene che la guerra d’indipendenza del 1776 nacque dall’insurrezione locale che scacciò le truppe inglesi. Ora però, nel 2009, questi agricoltori che guidano potenti mezzi 4x4 e si organizzano su Internet per scambiarsi idee a proposito della “seconda rivoluzione americana” non li riesco a decifrare. Il gran finale del Machine Gun Festival è una gara di tiro a segno notturna. Cariche di dinamite e barili di benzina vengono piazzati a centinaia di metri di distanza. Gira voce che verrà lanciato anche del napalm dagli elicotteri che sorvolano la sede dello show. Duecento americani armati si preparano con le loro mitragliatrici mentre una voce femminile gracchia dagli altoparlanti l’inno nazionale. Quando il canto raggiunge il verso “...and the rocket’s red glare” tre razzi esplodono sopra l’accampamento. Poi una voce maschile impartisce la benedizione: «Signore onnipotente siamo venuti con audacia ma umilmente davanti al tuo trono e alla tua grazia per chiedere la tua protezione. (...) Quelle nazioni che rifiutano di essere guidate dalle leggi di Dio, saranno governate dai tiranni». Ora ho l’inconfondibile voltastomaco che deriva dall’aver capito. Questa non è una passione innocente per oggetti esplosivi e auto in fiamme. Qui lo sponsor ha una missione religiosa. Poi comincia l’inferno. Palle di fuoco arancione, funghi di esplosioni, bagliori di traccianti da fare ingelosire un produttore di Hollywood. Il soldato Ryan non sarebbe di certo sopravvissuto a questo attacco. La folla è estasiata. I bambini si godono lo spettacolo sulle spalle dei padri. Per venti minuti l’apocalisse è qui, ora.

Jonathan Franklin, foto di Morten Andersen
mercoledi 14.09.09 18.53
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