Rovistando tra quei dischi che ambiscono a sopravvivere all’insidia del tempo, ritorna nel lettore Savane, l’ultimo lavoro di Ali Farka Toure, pubblicato nel 2006 pochi mesi dopo la sua morte. Sulla copertina una foto colorata a mano lo ritrae accovacciato su una sedia a dondolo, sigaretta tra le labbra, occhiali a specchio, la sei corde nera appoggiata in grembo, la djerkel che evocava gli spiriti. Un autentico epitaffio del musicista del Mali che in meno di un’ora ci fa riflettere sulle radici africane del blues, il blues del deserto come lo chiamano da quelle parti.
Allora torna la voglia di rivedere The Soul of a Man, il film di Wim Wenders parte di un progetto più ampio concepito da Martin Scorsese dedicato alle origini del blues e a tre piccoli maestri dimenticati, come Skip James, Blind Willie Johnson e J.B. Lenoir.
L’Africa è solo a un battito del cuore dal blues, e nel continente nero vanno ricercati quelle ragioni che hanno portato alla nascita e allo sviluppo in America della musica del diavolo e, di conseguenza, del rock’n’roll. Come diceva un altro grande autore del Mali, Salif Keita, «in Africa anche la natura è musica. Le radici sono qui, sulle rive del fiume Niger, la cui acqua ha spinto il suono del blues fino al delta del Mississippi».
Due grandi mostre hanno profondamente segnato il cambio di mentalità sull’arte africana e sulla nostra capacità di percepirne il senso. All’inizio fu Les Magiciens de la Terre al Centre Pompidou, a Parigi, nel 1989. Come ha ricordato il critico Dan Cameron «Les Magiciens de la Terre aveva gettato una bomba nella comunità internazionale. Per la prima volta l’arte occidentale veniva contrastata dalle opere di artisti che lavoravano in strutture sociali diverse».
Africa Remix, la rassegna itinerante partita da Dusseldorf, transitata per Londra e Parigi, e conclusasi a Tokyo a metà anni Zero, ha messo poi un punto sulla definitiva penetrazione dell’arte africana in Occidente. E, soprattutto, ha spiegato che non esiste una sola idea di Africa, ma che questo continente raccoglie una imprecisata quantità di esperienze, molto diverse tra loro, e che le stesse sono ormai parte del tessuto culturale e sociale con cui ci confrontiamo quotidianamente, anche nelle nostre metropoli. Africa Remix è il risultato del crossover linguistico e immaginifico dell’universo contemporaneo.
Nella concezione novecentesca il termine africanismo va di pari passo con esotismo e primitivismo. Nell’approccio delle avanguardie storiche non vi era interesse per i contenuti etnografici, narrativi e iconografici dell’arte africana. Maschere e statuaria tribale erano uno strumento per rileggere l’arte occidentale e capirne il decadimento, la debolezza. Picasso, ad esempio, si interessò alle forme africane e se ne servì soprattutto in chiave polemica contro l’accademismo.
C’è un vizio di fondo in questo approccio, un residuo di mentalità colonialistica, magari involontaria, di quello che allora si autodefiniva il primo continente e del suo strapotere culturale che con la decadenza ancora giocava. In realtà Simon Njami, curatore di Africa Remix, ci spiegava che un’idea di africanità, di fatto, non esiste: chi vive in Africa, e non ne è mai uscito, non può parlare dell’Africa. Può parlare del suo villaggio o del suo quartiere forse, ma l’Africa è un’entità difficile da racchiudere a parole, ed è ancora di più difficile da conoscere dall’interno.
Ma che cosa ci fa amare così profondamente l’arte africana contemporanea? Che cosa c’è in grado di trasmettere forti valori in cui riconoscerci? Sembra un paradosso per un universo estetico relativamente nuovo, eppure la sua forza sta nella capacità di esprimere concetti universali, riflessioni sull’uomo, sul rapporto tra innovazione e tradizione, tra voglia di futuro e conti con il passato, magia e razionalità.
I quadri di Cheri Samba, di Kehinde Wileyche dipinge le icone pop come Michael Jackson e i simboli della globalizzazione, le sculture di Izek Bodys Kingelez, i disegni di Frederick Bouabré, le fotografie dei maliani Keita e Malick Sidibé (di cui in queste settimane possiamo ammirare una grande antologica alla Fondazione Maramotti di Reggio Emilia) senza contare alcune straordinarie presenze femminili (Wangechi Mutu, Ghada Amer, Julie Merhetu). Le risposte che emergono dalle loro opere sono ammantate di un inossidabile relativismo e, nel contempo, si sforzano di trascendere il puro e semplice stato delle cose. Per noi occidentali, annoiati da una cultura che sempre più spesso ragiona a vista, autoreferenziale e ombelicale, l’arte africana ci propone il riscatto dell’uomo. Dell’anima di un uomo.
Tutto è pop. Certo, in Italia è difficile uscire dai canoni della canzone e finire lo stesso in classifica, ma il mondo è bello perché è vario, bofonchiava un proverbiale saggio. Ebbene, già l’Inghilterra è diversa. Si tratta di un Paese strano dopotutto: un posto in cui i giovani hanno il sussidio
Avviso ai naviganti: per godervi davvero , solo domani sera (venerdì 3) dalle 22 in oltre 40 sale italiane, dovete essere fan doc. I semplici simpatizzanti dei Chemical Brothers finiranno per uscirne scornati, forse anche prima della fine. Il film realizzato da Adam Smith, visual artist del duo dal
Hesher è una specie di metallaro che vive clandestinamente in edifici abbandonati e in un furgone. Tatuaggi casalinghi, temperamento abbastanza terribile, mania degli esplosivi, look da chitarrista strafatto. Hesher entra nella vita e nella casa di un bambino borghese e triste, vessato da
Il 3D secondo Scorsese. Tre dimensioni praticamente in due film, uno nel primo e uno nel secondo tempo: quindi 6 dimensioni . Scorsese ha scelto la storia dell’orfano che vive nascosto in una stazione inseguito da un tutore della legge che la guerra ha reso quasi un automa: incontra un giocattolaio
Trans-a-van-guar-dia. Si consiglia un glottologo per la dizione ottimale. È un termine troppo lungo, faticoso, e ti passa la voglia d'imparare. Pop Art è più facile, più veloce, suona bene e lo dici tutto d'un fiato. L'altra parola, quella lì, è linguaggio per iniziati, gente del mestiere, “quelli