Ci si arriva con l'auto al Colle del Gran San Bernardo. Difficile guardare la strada, perchè attorno è fantastico. Pranzo in quota (2500 m), visita ai cani con la fiaschetta… e, dopo il valico, giù fino a Martigny (CH). Dove la Fondation Pierre Gianadda , presenta fino al 21 novembre: NICOLAS DE STAËL. 1945-1955, rassegna dedicata a un poeta della pittura. Bravissimo. Uomo sensibile, incapace di gestire la turbolenza assieme all'estro creativo. Punto. Ci son già troppi psicologi e allenatori, perché rubargli il mestiere? Il barone Nicolas De Staël (1914-1955) , non aveva un allenatore ma tirava bene di scherma. Era figlio di un generale russo, e di una pianista. A due anni, Nicolas, é paggetto dello Zar Nicola II°. Tre anni più tardi, lo Zar, conta meno di un paggio. Il paggetto fugge in Polonia coi genitori e, l'ultimo imperatore dei Romanov, è fucilato dai bolscevichi. Lo stesso barone, non ha grande fortuna in esilio. Orfano giovanissimo, é adottato da una famiglia facoltosa - i Fricero - che vivono a Bruxelles (B). Studia i classici e gira il mondo: Olanda, Francia, Spagna, Marocco, dove si arruola per un anno nella Legione Straniera, poi in Italia… È allievo di Fernand Lèger (1881-1965) e amico di Alberto Magnelli (1888-1971) . Cui “ruba” qualche cosa, così come ha fatto con i maestri del passato. Vive 41 anni, durante i quali si sposa due volte, ha quattro figli, miseria, successo, incertezza… e un tuffo - per quanto amoroso - senza più ritorno (film) . Quel che resta è grande pittura. Di cui non apprezzo sempre la scelta cromatica, se non dopo aver visto da vicino il colore: stratificato e disteso con cura. De Staël incendia di luce Le Pont Saint Michel la nuit, 1954. Ti acceca e, per fortuna, rende scuri Les Cyprès, 1953, nella neve. Nel suo pittare non c'è figura, non c'è astrazione, di tutto un po', ma tutto in altro modo. È sufficiente appaiare: Bouteilles, 1952 e Figures, 1953 - qui mi garba il colore - per capire come soggetto e pittura funzionmino di per sé. In Agrigente, 1954, gira tutto alla grande. Al contrario, Marine, 1954, ha colori orripilanti. Ma, come dice Fantozzi: “La corazzata Potëmkin”, al confronto… “è una cazzata pazzesca!”.
Guido Russi
Remake, remodel, forse restyling: la storia è molto aderente a quella che avete visto in versione svedese: il giornalista d’assalto e di denuncia, rovinato da un'inchiesta, viene chiamato a svelare il mistero di una ragazza sparita nel groviglio di una dinastia di industriali ricchissimi, viziosi,
Tutto è pop. Certo, in Italia è difficile uscire dai canoni della canzone e finire lo stesso in classifica, ma il mondo è bello perché è vario, bofonchiava un proverbiale saggio. Ebbene, già l’Inghilterra è diversa. Si tratta di un Paese strano dopotutto: un posto in cui i giovani hanno il sussidio
«Girare Polisse? Una delle esperienze peggiori della mia vita». Maiwenn, che è una delle protagoniste, la sceneggiatrice e la regista, lo conferma, anche se quel film le ha fatto guadagnare il Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes oltre che 13 nominations ai Cesar, gli Oscar francesi (
Trans-a-van-guar-dia. Si consiglia un glottologo per la dizione ottimale. È un termine troppo lungo, faticoso, e ti passa la voglia d'imparare. Pop Art è più facile, più veloce, suona bene e lo dici tutto d'un fiato. L'altra parola, quella lì, è linguaggio per iniziati, gente del mestiere, “quelli
È possibile ridurre la magia di un tiro di Messi a una formula matematica? La risposta è no, e Nicola Ludwig e Gianbruno Guerriero, autori deLa scienza nel pallone (Zanichelli, 173 pagg., 10,50 euro) lo sanno bene. In qualsiasi azione di qualsiasi partita infatti, dall’incontro di due squadre da