
Sincero, sobrio, versatile. Agile, elegante, onirico: Frederik Peeters, fumettista ginevrino, classe 1974, ci aveva già stupito con Koma (ReNoir) e RG (Rizzoli Lizard), dimostrandosi abile tanto nel poliziesco che nel racconto fantastico. Ora torna in libreria con due volumi freschi di stampa, Pachiderma (BAO Publishing) e Pillole blu(Kappa Edizioni). Sfogliamo il primo. Svizzera francese, 1951: Carice si precipita all'ospedale, dove il marito è stato appena ricoverato per un brutto incidente. Ma dell'uomo non trova traccia: invece incontra un medico latin lover che ha il cognome e le fattezze di un vecchio attore hollywoodiano, il fascinoso John Barrymore, e fa la spia per i sovietici; e poi un agente segreto che esce come un blob dalla canna di un termosifone; e poi la sua allieva di pianoforte che la bacia in bocca; e fantasmi di bambini che Carice vorrebbe avere, ma non sono mai nati, e le parlano affacciandosi da crepe nel muro, o da dietro gli alberi. Uno legge e si chiede: “Ma come gli viene, a questo?”.
«Volevo fare una storia di fumetto classico», spiega Peeters, «e avevo in mente questa donna borghese, inibita, che a fatica tira fuori i propri sentimenti. Per abiti e decori mi sono rifatto alla commedia americana degli anni '30 e '40».
Semplice, no? Tratto asciutto e sintetico, il suo, non un segno o una vignetta di più: nessun compiacimento, l'importante è raccontare, con taglio cinematografico, fra dettagli, silenzi e soggettive.
«Mi piace cambiare stile», dice Frederik, «a volte anche radicalmente. Voglio avere la sensazione di migliorare continuamente. Faccio fumetti per divertirmi, distrarmi, viaggiare: in una parola, per fuggire la realtà. Ho un rapporto psicotropo col fumetto: piacere, soddisfazione e astinenza sono i miei sintomi».
Peeters è suo malgrado familiare con termini medici e malattie: in Pillole blu ha raccontato la sua storia: quella di un uomo che a una festa ritrova Cati, una ragazza conosciuta da adolescente, e se ne innamora. Uscita, cinema, cenetta intima: tutto fila, ma lei confessa di essere sieropositiva, e che il suo bambino di tre anni è malato anche lui. Frederik decide di restare con Cati. Ma decide anche, prima ancora di parlarne coi suoi genitori, di raccontare tutto in un fumetto: le ansie, le preoccupazioni e le premure di un rapporto complicato dalla malattia e dai sensi di colpa. Ecco la medicina, da dare al bambino insieme allo yogurt, e la tensione scatenata da un preservativo rotto. E l'incontro con un medico buffo ma esperto, che ridimensiona tutte le paure e addirittura esenta la coppia dall'obbligo di indossare il preservativo. E in fondo a tutto un miscuglio di sentimenti: passione, desiderio, voglia di fuggire. E quella pietà che come un'ombra sinistra marca stretto l'amore, lo rende fragile, insicuro di se stesso. Finché svanisce per l'irrompere dell'ammirazione, sconfinata, per una donna che nelle sue condizioni è capace più che mai di ascoltare, pazientare, prendersi cura degli altri. In 192 pagine vengono giù pregiudizi, paranoie, luoghi comuni sull'HIV, a colpi di vignette.
«Quello che resta affascinante nei fumetti», dice ancora Frederik, «è la semplicità della realizzazione. L'autore è solo, ma è direttamente connesso a un lettore, anche lui solo. Ma questo ti permette di essere libero, di spaziare e di ricevere delle reazioni». Che dire? Evviva la Svizzera.
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