
Ma alla fine si è capito cos’è ’sto X-Factor? Io in televisione ho fatto finta di capirlo, ma non l’ho mica capito. Comunque la trasmissione era bella, perlomeno si è rivista una gara di canzoni che ha appassionato il pubblico; che poi è il segreto del successo di Canzonissima o del Festival di Sanremo di un tempo, quando si faceva il tifo per i cantanti. Una considerazione però mi nasce dal petto: l’eliminazione di un concorrente con la motivazione che “tanto ce la farai sicuramente (a sfondare)” non è ammissibile. È più bravo e lo elimini? Che senso ha allora la gara? Secondo me ciò è addirittura dannoso perché trasmette il messaggio che è inutile impegnarsi, tanto il successo dipende da altre cause. Poi arriva Leona Lewis, la vincitrice dell’X-Factor inglese, e sembra un’extraterrestre. Il paragone con i vincitori italiani è improponibile. Ho cercato di immaginare il contrario, cioè gli Aram Quartet ospiti dell’X-Factor inglese: non ci sono riuscito (messaggio per gli Aram Quartet: è chiaro che non ho niente contro di voi, anzi mi siete pure simpatici, vi sto utilizzando come esempio). Perché Leona Lewis canta in modo praticamente perfetto, tanto che si fa fatica a capire se sia in playback o in diretta? La risposta è una sola: si è fatta il culo. Qualcuno più importante di me ha detto che l’eccellenza è una questione di particolari. Uno canta bene quasi tutta la canzone, poi sbaglia un paio di note: la gente si ricorda solo quelle. Invece Leona è perfetta, non sbaglia una nota: per forza, si è fatta il culo! Noi italiani siamo abituati a pensare che questi (i Queen, Sting, Leona Lewis) appartengano a una razza superiore; invece è semplicemente gente che si è impegnata tanto. Noi italiani, per ragioni che non starò qui ad analizzare altrimenti esco dalla pagina, siamo abituati a cercare un metodo furbo e poco faticoso per cavarcela, fregando possibilmente qualcuno in corso d’opera. Nel 99 per cento dei casi il risultato è un’esecuzione approssimativa; che è anche l’aggettivo con il quale definirei il livello medio dei cantanti a X-Factor e all’ultimo Festival di Sanremo. Ma “approssimativo” è l’aggettivo perfetto per descrivere quasi tutto ciò che viene realizzato in Italia in quest’epoca: si cerca di raggiungere la sufficienza pretendendo al contempo di ottenere il massimo profitto, prendendosela pure se ciò non avviene. Gli effetti di questo comportamento sono sotto gli occhi di tutti: in particolare gli utenti (il pubblico) si abituano a un livello qualitativo sempre più basso e non protestano più. Tornando alle canzoni, secondo me critica e pubblico non sanno più riconoscere la qualità; mi trovo quindi d’accordo con Morgan quando dice che il televoto non è attendibile. Per me in questa fase storica il parere del grande pubblico è tutt’altro che insindacabile, anzi è sindacabilissimo. Il pubblico dell’opera, per esempio, si trova a dover valutare cantanti dalle basi tecniche solidissime, che sono già stati sottoposti a un “controllo di qualità”; deve quindi applaudire (o fischiare) lo stile, la capacità di trasmettere emozioni, la personalità, insomma i concetti tanto cari a Simona Ventura. Ma i cantanti “leggeri” italiani non sono stati sottoposti a nessun controllo di qualità e ci si trova spesso a dover ascoltare persone che stonano; è come dover giudicare il valore di uno scrittore leggendo un suo libro pieno di errori di grammatica. Voi ci riuscireste? Io no.
Elio
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