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USAIN BOLT l'uomo più veloce del mondo

In Giamaica alla scoperta del nuovo recordman dei 100 metri, Mister 9"69

Per sapere tutto sulla patria di Bolt, clicca qui.

N.d.r.: il giorno 16 agosto alle Olimpiadi di Pechino 2008, Usain Bolt vince la medaglia d'oro nei 100 metri maschili battendo il proprio precedente record del mondo con il tempo di 9"69, correndo alla media di 37,15kmh.
Il 20 agosto 2008 Usain supera il record mondiale dei 200 metri stabilito nel 1996 ad Atlanta da Michael Johnson (19"32), e stravince l'oro in 19"30. È lui l'uomo d'oro di Beijing 2008.

L’uomo più veloce del mondo si allena tra cocci di vetro, cartacce di patatine e bucce d’arancia lasciate a terra da un vecchio rasta che, per 20 dollari giamaicani al pezzo (circa 15 centesimi di euro), vende frutta agli atleti assetati. Si allena nel frastuono della musica dancehall (una versione più dura e veloce del reggae) sparata da una baracca lì vicino, tra sciami di bambini che prendono la rincorsa scalzi e, accompagnati dallo sguardo liquido e caraibico degli allenatori, si lanciano nella piscina di sabbia del salto in lungo atterrando tra insiodiosi tappi di latta. Fine giugno, Stadium East di Kingston, Giamaica, terra da 800 morti ammazzati l’anno e incubatrice di una linea genetica capace di modellare le creature più saettanti della storia: Asafa Powell, Veronica Campbell e, adesso, Usain Bolt. Gigante di 6 piedi e 5 pollici (più di 1 metro e 98 centrimetri), Bolt lo scorso maggio a New York, vestito in canotta e pantaloncini neache fosse appena tornato dalla spiaggia di Negril («le tutine tecniche proprio non le sopporto»), ha strappato al connazionale Powell il record mondiale dei 100 metri: 9 secondi e 72 centesimi.

CHIAMATELO “JUGO” E pensare che il suo allenatore Glenn Mills, un giamaicano di 56 anni con la testa pelata e la pancia enorme che osserva gli allenamenti stravaccato su una panca con le gambe appoggiate sulla ruota di un camion, non lo voleva neppure far correre: «Diceva che in partenza ero troppo lento, e che per valorizzare l’allungo avrei avuto bisogno almeno di 200 metri», racconta Usain, mentre trasporta due pesanti pedane di ferro che utlilizzarà per provare e riprovare le partenze, tutto il santo pomeriggio. «Ho dovuto insistere due anni, finché un giorno l’ho convino e al primo colpo ho fatto 10”03. A quel punto ha detto: ok, proviamoci». Bolt in inglese vuol dire “saetta”. E non si tratta di un soprannome, per quanto di nickname se ne sia visti attribuire tanti: “Big J”, “Thunder”, “Lighting Bolt”, affibiatigli uno dopo l’altro da quando a 16 anni, già spilungone di 1 metro e 92, vinse i mondiali juniores nei 200 con un 19”93 che ancor oggi è l’imbattuto record mondiale di categoria. «Da bambino invece mi chiamavano tutti Jugo, perché ero tifoso della nazionale di calcio jugoslava. Ci aveva giocato Petar Radenkovic, il mio portiere preferito. Anch’io volevo fare il portiere». Non è venuto su con il pallino dell’atletica, questo è chiaro. Cresciuto tra le colline di Trelawny, contea rurale nel nordovest dell’isola, da piccolo camminava e pedalava. Nato in una casetta senza acqua calda ma col dono della corrente elttrica, figlio unico lì per lì, ma con due fratelli piombatigli in casa all’improvviso quali frutto delle “avventure” paterne, ha vissuto un’infanzia che definisce «fantastica. Persino andare a scuola era uno spasso: camminavo quattro chilometri all’andata e quattro al ritorno, tutti i giorni, insieme ai miei amici, tutti in divisa, e durante il tragitto giocavamo a calcio con le bottigliette di plastica», ricorda con la faccia di chi si scalda ancora, al pensiero. «La domenica ci svegliavamo all’alba e facevamo così tanti chilometri in bicicletta che alla fine non avevamo più la forza di tornare indietro. Una volta ho pedalato per quasi dieci ore, e il lunedì mattina eravamo così stravolti da non riuscire ad andare a scuola». E poi c’era il cricket. Suo papà Wellesley, piccolo coltivatore di caffé («a solo sentirne l’odore ancora oggi mi viene da star male», confessa Usein, gran bevitore di cocktail a base di Guinness e Redbull), passava il tempo libero a guardare partite di cricket, tifoso della squadra pakistana e in particolare del mitico lanciatore Asim Akram. La consapevolezza di essere una saetta arriva verso i 10 anni, nel modo più rocambolesco, in uno dei tanti pomeriggi passati a razzolare con gli amici. «Uno dei nostri giochi preferiti era raccogliere dei grossi mango da usare come proiettili per il tiro al bersaglio contro i cani randagi. Dopo un po’ ovviamente questi si arrabbiavano, e a quel punto c’era da schizzare: solo un ragazzino era più veloce di me, si chiamava Ritchie. A noi due non c’ha mai morso nessuno». Per i primi due anni, pigro e incostante, Usain è una vera schiappa. «Poi a un certo punto ho cominciato a vincere , più o meno sempre, più o meno tutto». Corre sempre di più e studia sempre di meno, così la famiglia gli affianca una specie di precettore, un esattore delle tasse che nel tempo libero lo aiuta a recuperare le ore perdute. A 17 anni lo porta a vivere a Kingston, l’unico posto in Giamaica dove potersi allenare davvero: non ha mollato il suo lavoro alle imposte, ma ancora oggi Norman Peart è il suo fidato manager, tanto saggio da averlo convinto a iscriversi a Economia e commercio.

LA DIETA AMENA Ma di studiare se ne parla dopo le Olimpiadi, ovviamente. Per ora le giornate sono fatte di allenamenti, costanti ma non così duri come si possa immaginare: un po’ di palestra la mattina, dal lunedì al mercoledì, e poi lavoro sulla pista d’atletica, tutti i giorni esclusi sabato e domenica, dalle quattro alle sei e mezza del pomeriggio. Regole alimentari, a parte qualche vitamina, nessuna. Usain mangia quanto e quando gli pare, con più di una fuga notturna da Kentucky Fried Chicken, un antiolimpico fast food americano specializzato in pollo fritto. Una passione per le schifezze dimostrata già nella sua magica notte newyorkese quando, per festeggiare l’impresa, si è fatto portare nel più vicino McDonald’s. Uno sbraco tropicale misto ad anglosassone meticolosità: «la maggior parte del tempo lavoro sulle partenze, che sono il mio punto debole. Devo riuscire a staccare meglio ma il coach è contento, dice che sono diventato meno pigro e che imparo velocemente. Voglio arrivare a Pechino e correre la gara perfetta». Il giorno del record qualcuno si è preso la briga di calcorare i passi fatti da Bolt nei primi 10 metri dopo lo start: 6,2, teoricamente un avvio da lumaca, che rende ancora più impressionante la sua capacità di recupero e progressione. Alcuni tecnici hanno invece messo in dubbio la validità della performance: Asafa Powell, si dice, corse i suoi 9”74 senza vento a favore. La “saetta”, invece, ha gareggiato dopo una leggera tempesta, con un alito di vento a spingerlo, e l’aria resa più leggera dalla pioggia caduta abbondante. A rinfacciargli queste considerazioni Usain sorride, come fa spesso, e non si scompone: «sono tutte cose giuste», argomenta, grattandosi il naso col mignolo destro ornato da un grosso anello d’oro. «Un risultato così è legato a tanti fattori diversi, molti dei quali fuori controllo. È per questo motivo che il record, di per sé, m’interessa davvero poco».

SENZA PAURA Mister Mills, il coach panciuto, come al solito frena, e forse a Pechino non permetterà al suo campione di gareggiare in tutte le discipline: 100 e 200 metri, più la staffetta. Fosse per lui, invece, spaccherebbe il mondo, perché nella sua testa l’unica cosa che conta è portare a casa un trionfo. Un pensiero che ha già azzerato tutti gli altri: «se alla fine non riuscirò a vincere una medaglia, la mia stagione sarà stata un fallimento», sibila con la faccia di quello che non scherza. Ha persino già deciso come spendere i soldi della vincita: una Bmw M3, per mandare a rottamare la sue vecchia Honda Torneo coi vetri oscurati, e poi una console da dj, per organizzare festoni nella sua casa sulle colline di Kingston. «Mi piacerebbe comprare anche una motocicletta, ma per ora mia madre non me lo permette», dice candidamente questo gigante che compirà 22 anni il prossimo 21 agosto nell’afa cinese. Anche in Giamaica, pian piano, la temperatura comincia ad alzarsi. Il coach di Asafa Powell ha rilasciato un’intervista al Gleaner, il quotidiano più importante del Paese, sbilanciandosi in una profezia nefasta: Bolt è entrato in forma troppo presto, alle Olimpiadi ci arriverà bollito. Su questa faccenda Jugo ha da dire poche parole: «è da un anno che mi alleno unicamente per vincere a Pechino. Non avete ancora visto niente». Lo dice tranquillo, senza rabbia, senza preludio di trance agonistica. Quando hai il sangue che bolle e il corpo che pare il razzo di propulsione di uno Shuttle, fare scena non serve. Alla fine, forse, gli occhi della tigre li mostra solo chi ha paura.

IDENTIKIT Nato a Trelawny, nel nordovest della Giamaica, il 21 agosto del 1986, Usain Bolt è alto 198 centimetri per circa 86 chili di peso. Proporzionalmente piccolo il piede, un modestro 46. Si definisce un underdog, uno che ama stare fuori dal coro: se tutti i giamaicani sono patiti di basket e tifano i Los Angeles Lakers, lui tiene i Boston Celtics. Se i connazionali appassionati di calcio seguono il Brasile come una seconda nazionale, lui si dichiara un accesso tifoso dell’Argentina. Appassionato di calcio spagnolo, tifa Barcellona per via del fuoriclasse argentino Messi. Amante della Playstation, possiede una vecchia Honda Torneo nera con vetri oscurati.

Raffaele Panizza
mercoledi 14.09.09 18.53
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