Mentre gli italiani arrivano in massa, la “Barce-Loca”, la città viva 24 ore su 24, scompare. «Sense soroll» (senza rumore) recita un adesivo appiccicato sulle vetrine dei bar, una sorta di segnale stradale con l’immagine stilizzata di un uomo che dorme.
Sulla fiesta, si direbbe, ha avuto decisamente la meglio la siesta: «avevamo uno spazio nel Barrio Gotico, ma a causa delle lamentele dei vicini la Gurdia urbana ci ha fatto sloggiare», conferma Gigi Cicalaci, animatore culturale leccese, costretto a trasferire la sua Cueva de les cultures in una costruzione industriale senza vicinato. Una filosofia law and order che sta favorendo la fioritura di diversi bar illegali, aperti dalle 4 alle 8 di mattina (per gli altri, chiusura alle 3), dove fumare hashish in libertà. « più facile prendere una multa per una birra che per una canna», ironizza Peppe, venditore di spazi pubblicitari milanese, mentre rolla uno spinello comprato in un bar del Borne che ogni martedì e venerdì organizza lo spaccio libero.
E' contradditoria la Barcellona degli italiani, protagonisti di un’immigrazione più varia e interessante della città che li ospita: gente tra i 25 e i 40, scolarizzata, con lauree in architettura, ingegneria, biologia e medicina. Anche se riguardo ai numeri dell’esodo italiano in terra di Catalunya non ci sono certezze: degli oltre 50 mila connazionali iscritti all’A.i.r.e (Anagrafe italiana residenti all’estero), il 40 per cento sono cittadini italiani che non hanno mai messo piede nel loro Paese d’origine. «Si tratta di latinoamericani che riescono a rintracciare i loro avi italiani e ottenere il passaporto, e così lo status di cittadini europei», spiega Pietro De Martin, 32 anni, console italiano a Barcellona.
Come del resto sono moltissimi i connazionali che decidono di non palesarsi, limitandosi a chiedere l’iscrizione al Registro central de extranjeros (noto a tutti come “numero N.i.e”, un codice fiscale per aprire un conto in banca e lavorare) senza passare per le autorità italiane. Ecco perché, secondo l’Amministraciòn general del estado, il numero di italiani sarebbe il doppio rispetto a quello rilevato ufficialmente. «Entro un anno», profetizza De Martin, «saremo la prima comunità straniera di Barcellona».
Un popolo, quello della Barcellon-Ita, che parla del proprio Paese sempre in modo vagamente risentito: «in Italia hai la sensazione di non essere mai considerato un adulto», dice Piero, architetto ventottenne arrivato da Trieste. «Qui, a 26 anni ero già capocantiere per un progetto importante. In Italia, a 40, sei ancora una giovane promessa», si sfoga Magda, sua compagna di vita e di professione.
Anche Angelo, scrittore e performer di Castel di Sangro con un buon lavoro da guida turistica, non può fare a meno di rincarare: «finché non hai 35 anni, dalle mie parti, è normale che tu lavori gratis». questa la percezione diffusa. Anche se i numeri raccontano una realtà diversa. Secondo i dati aggiornati al 2006 dall’ufficio catalano di statistica, il reddito medio dei lavoratori tra i 25 e i 35 anni è di 17 mila euro lordi all’anno.
Nello stesso periodo, nel nord-ovest italiano (Lombardia, Piemonte e Liguria, macro regione paragonabile per ricchezza e tessuto sociale alla Catalonia), secondo il VII Rapporto sulle retribuzioni in Italia elaborato da OD&M Consulting i giovani tra i 24 e i 40 anni ne hanno messi in tasca più di 24 mila.
Non è un caso che Barcellona sia stata definita la città dei “milleuristi”, termine inventato da una giovane lettrice del quotidiano El Periodico in una lettera, pubblicata in prima pagina, nella quale lamentava la difficoltà di vivere con uno stipendio così basso.
Ma non è solo una questione di denaro. Quanto piuttosto di opportunità: «se hai curriculum e capacità, qui nessuno s’interessa alla tua carta d’identità. Nessuno chiede “chi ti manda”» puntualizza Carlo Andreoli, informatico e presidente della sezione spagnola dell’Agim (Associazione giovani italiani nel mondo).
Anche Gianluigi Caltabiano, ricercatore di chimica computazionale «precario ma felice» presso il dipartimento di Biologia dell’Universitat Autònoma de Barcelona, la pensa così. Trentuno anni, laureato con 110 e lode a Catania, è arrivato nel 2005 in cerca di un incarico, trovandolo in tempi sorprendentemente brevi: «avevo una lista di 14 indirizzi, tra aziende private e università», racconta, seduto su una panchina dell’immenso campus a tre quarti d’ora di treno dal centro. «Dopo pochi colloqui, avevo già ottenuto un contratto annuale, che poi mi è stato rinnovato tre volte».
Spagna senza baroni, quindi. Ma non certo la terra dei contratti a tempo indeterminato e dei fondi a pioggia destinati alla ricerca: «il mio istituto è considerato centro d’eccellenza, ed è uno dei più sovvenzionati», ammette Luigi. Gli altri istituti universitari ai quali si era rivolto, molto italianamente, avevano invece opposto lo stesso scoraggiante ritornello: «dicevano di non avere fondi e che mi avrebbero assunto solo se avessi vinto una borsa di studio. Praticamente, avrei dotuto autofinanziare il mio stipendio».
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