Dire che in Irlanda il tempo fa schifo non è un luogo comune. Ci sono stato una dozzina di volte e non ne ricordo una senza pioggia. Stavolta, pur essendo ancora estate, mi sono beccato pioggia e freddo: beffardo, il sole appariva solo verso l'ora del tramonto. Lamentarsene con la gente del posto non serve. «Non ti piace il tempo che fa? Aspetta un quarto d'ora...», rispondono i dublinesi citando un vecchio adagio.
Armato di ombrello e k-way esploro la città in lungo e in largo. La parte centrale di Dublino, quella che interessa ai turisti, è piccola e in un paio di giorni la si gira tutta. Certo, se chiudo gli occhi e cerco di ricordare com'era la prima volta che ci sono venuto, una ventina d'anni fa, sembra proprio un altro mondo. Non solo sotto l'aspetto architettonico. Anzi, da questo punto di vista tutto sommato non è cambiata tantissimo, a parte la zona ex-periferica dei docks che è stata rivoltata come un calzino: nonostante un'esplosione edilizia senza precedenti durata circa 15 anni, Dublino ha avuto l'orgoglio di approdare nel terzo millennio conservando quasi tutti i suoi palazzi più belli.
Quella che è mutata profondamente è l'atmosfera. Negli anni Ottanta era una città sull'orlo del baratro, in preda a una crisi economica così spaventosa da indurre centinaia di migliaia di irlandesi a emigrare in America, in Australia, ovunque pur di fuggire lontano da quella miseria. Poi è iniziato un boom straordinario, tutti quelli che erano scappati sono tornati e siccome non bastavano per soddisfare le troppe richieste di nuovi posti di lavoro ne sono arrivati moltissimi altri, dall'Africa e soprattutto dall'Europa dell'Est, inclusa un'ondata di almeno 150.000 polacchi. Camminando per strada s'incontrano spesso persone che parlano in polacco, russo o altre lingue dell'Est, e certe strade sono piene di negozi con insegne in polacco, lettone o lituano.
Il problema è che il boom economico ormai è solo un ricordo. Dopo un lungo periodo di crescita sorprendente del Pil, da almeno un paio d'anni l'economia va a rotoli. Questo ha rallentato i progetti già avviati e ne ha fatto rinviare altri. Però lo scossone è stato così profondo da far cambiare persino i dublinesi. In un saggio diventato un best sellers, l'economista David McWilliams ne ha tracciato un ritratto al tempo stesso sarcastico e divertente: «Diventati piuttosto ricchi, gli irlandesi sono più in carne, i bambini nascono più grossi e persino il seno delle donne è più vigoroso, visto che i reggiseni più venduti non hanno più le coppe B, ma C. Anche i nomi sono cambiati: archiviati John e Mary, oggi suonano più internazionali e meno cattolici».
Ormai nessuno chiama più Dublino Dirty old town ("Sporca, vecchia città"), né il fiume che la divide a metà Sniffy-Liffey ("Puzzolente Liffey"). Tutta la città è piena di fashion café e gourmet pub, hotel di design e boutique di moda (prevalentemente italiana e a prezzi folli). Nonostante la crisi, senza prenotazione nel weekend è quasi impossibile farsi dare un tavolo nei ritrovi più modaioli e davanti all'ingresso dei club più esclusivi ci sono sempre auto di grossa cilindrata. Le parole trendy, cool e hip sono entrate nel gergo quotidiano e c'è chi sostiene che persino il mitico accento irlandese vira su inflessioni americane. Insomma, se è passato qualche anno dalla vostra ultima visita probabilmente non la riconoscerete, e soprattutto "questa" Dublino non vi piacerà di più.
Stanno cambiando persino i pub. Vabbé, ce ne sono talmente tanti che è ancora abbastanza semplice entrare in un locale con le pareti annerite dal fumo dove vecchi musicisti suonano musica folk. Ma alcuni hanno proprio cambiato pelle. Prendiamo il Davy Byrne's, dove il protagonista dell'Ulisse di Joyce entrò per ordinare un panino al gorgonzola e un bicchiere di buon Borgogna. Probabilmente se Leopold Bloom ci tornasse oggi non lo riconoscerebbe.
Ed è diverso lo storico quartiere di Temple Bar: vent'anni fa era in uno stato di totale abbandono, poi fu recuperato e in poco tempo è diventato un attivissimo centro culturale, oltreché il principale polo per la movida locale. Adesso, soprattutto il fine settimana, è preso d'assalto da stormi di turisti ubriachi e di "alternativo" è rimasto ben poco. Per fortuna resistono spazi dedicati alla cultura e all'arte, per esempio l'Irish Gallery of Photography, l'Irish Film Institute e il Projects Arts Centre, un teatro dove vanno in scena le opere di giovani scrittori irlandesi.
Sicuramente Dublino piacerà molto ai fanatici dell'architettura ipermoderna. Basta spostarsi dal centro storico alla zona dei docks, là dove il Liffey sfocia nel mare. Fino a pochi anni fa quei 520 ettari erano considerati una sorta di "no man's land" a causa di un forte inquinamento causato da depositi di gas e idrocarburi. Poi la zona è stata bonificata, così grazie a un importante progetto di riqualificazione urbana sui Docklands è sorta la parte più moderna di Dublino: l'ex area del porto sta diventando un avveniristico quartiere di grattacieli, condomini di design, hotel, teatri e centri congressi. Il termine dei lavori è previsto per il 2012, ma già ora molte opere sono state completate. Per esempio il Chq, ex magazzino di vini e tabacchi del 1821 trasformato in un grande spazio espositivo tutto in vetro. Oppure il Grand Canal Squame, enorme spazio urbano che si affaccia sull'acqua. Ci sono poi diversi ponti di design, per esempio il Millennium Bridge (Ormond Quay Lower) in alluminio bronzato costruito per festeggiare l'avvento del terzo millennio; oppure il James Joyce Bridge (Ellis Quay) firmato da Santiago Calatrava. Sempre Calatrava sta ultimando un'altra struttura ipermoderna, il Samuel Beckett Bridge, la cui inaugurazione è prevista per l'inizio del 2010. Sempre nei primi mesi del prossimo anno sarà inaugurato anche il nuovo teatro firmato dall'archistar Daniel Libeskind.
di Massimo Poggini