Max

RSS Twitter
Torino
Tahiti: profumi e colori
tra cielo e mare, le mete imperdibili dell'isola del tiarÈ, cuore pulsante della polinesia francese. che fece impazzire gauguin, e certamente anche voi...
Racconta la leggenda che all’inizio non esisteva niente, c’era soltanto Ta’aroa, l’avo di tutti gli dei. Viveva in solitudine da tempo immemorabile: era racchiuso in una conchiglia-uovo immersa nel nulla. Ma un giorno Ta’aroa si stancò di girare nello spazio infinito, senza cielo, senza terra, né mare, né luna, né sole, né stelle. Scivolò fuori dal suo guscio, si mise in piedi sulla conchiglia primordiale Rumia e, assistito da un dio secondario chiamato Tu, utilizzò la sua conchiglia per creare il mondo. La terra era bellissima, dai monti scorreva acqua dolce, il mare riempiva l’oceano e ovunque c’erano creature viventi. Quando Ta’aroa vide il frutto della sua opera fu il primo a rimanerne sbalordito e applaudì.
È la stessa reazione che da secoli ha chiunque approdi in questo angolo di paradiso: i primi europei ad arrivarci furono Wallis, Cook e Bougainville, che scoprirono Tahiti tra il 1767 e il 1769. Da allora chiunque ci abbia messo piede è rimasto incantato da quei paesaggi da cartolina, con in primo piano un mare cristallino circondato da spiagge orlate di palme e sullo sfondo montagne e colline ricoperte da una vegetazione rigogliosa. È una descrizione da dépliant turistico, me ne rendo conto. Ma è quello che ci si ritrova davanti agli occhi dopo un viaggio che dura più di 24 ore. Semmai i dépliant sorvolano su alcune storture che non dipendono certo da madre natura, ma dalla cattiva gestione di persone convinte che una natura così straordinariamente bella giustifichi prezzi stratosferici. Ai quali peraltro non sempre corrisponde un servizio adeguato. Questo vale soprattutto nelle località turisticamente più sfruttate come Bora Bora. Che è sì un incanto, al punto da essersi guadagnata il soprannome di “perla del pacifico”. Ma siccome la maggior parte dei turisti confluisce su quest’isola, chissà perché si sentono in dovere di trattarli con una fastidiosa sufficienza. Magari bisognerebbe spiegargli che se qualcuno paga 400, 600, anche 800 euro a notte l’uso dei guanti bianchi è obbligatorio. 
Altra cosa che non sempre emerge dalla lettura dei dépliant è che questo paradiso si chiama Polinesia francese: Tahiti è il nome dell’isola principale, quella dove c’è l’aeroporto internazionale. Un paio di giorni a Tahiti sono caldamente raccomandati, se non altro per prendere contatto con la gente del posto e con le sue abitudini. Qui non troverete le lagune azzurre e le spiagge da favola che avete visto in foto, però c’è una vivacità che non esiste altrove, soprattutto nel fine settimana, quando gli indigeni si riversano nei locali di Pape’ete, una delle capitali più piccole del mondo (circa 26.000 abitanti). Prima di tornare a casa, fanno un salto al mercato comunale (la domenica apre dalle 3 alle 8 del mattino) per mangiare qualcosa e fare la spesa. 
La Polinesia francese si compone di 118 isole (34 isole alte e 84 atolli), raggruppate in cinque arcipelaghi sparsi su 5,5 milioni di kmq di Oceano Pacifico (più della metà dell’Europa). Ma le superfici emerse sono soltanto 3.521 kmq. Le isole che abbiamo visitato per voi fanno tutte parte dell’arcipelago della Società, che a sua volta si divide in Isole Sopravento (Tahiti, Moorea, Teitaroa) e Isole Sottovento (Huahine, Raiatea, Taha’a, Bora Bora, Maupiti). Come succede spesso, le più belle sono quelle meno note. Ve ne consiglio quattro in particolare: Moorea, Huahine, Taha’a e Maupiti.
Visitandole, oltre a lustrarvi gli occhi con paesaggi da fiaba arricchiti da una natura tropicale, valli, cascate, lagune d’un blu elettrico e barriere coralline, potete venire a contatto con una popolazione che, almeno nella parte di origine polinesiana, ha ereditato la cultura mao’hi. A proposito, lo sapevate che ci sono almeno tre parole di origine tahitiana che ormai fanno parte del linguaggio universale? La prima è tatuaggio, che deriva da tatau: gli antichi polinesiani erano convinti che tale pratica avesse un’origine divina e, anche se sono sempre più rari, esistono ancora tatuatori che usano tecniche tradizionali. Altre parole di ceppo tahitiano sono tabù e pareo: quest’ultima deriva da pare’u, termine che indicava non tanto il telo che copriva i fianchi, ma questo modo di vestirsi. Successivamente assieme agli europei sono arrivati i tessuti di cotone decorati con motivi floreali o geometrici, spesso copiati dai disegni dei tatuaggi.
Quasi due secoli di colonizzazione e soprattutto il lavoro compiuto dai missionari hanno sradicato parte delle tradizioni. Ma restano alcune differenze caratteriali. Rispetto ai compatrioti di origine francese (non dimentichiamo che, pur essendo quasi del tutto indipendente, almeno tecnicamente il paese fa parte della Francia) o cinese, gli indigeni hanno uno stile di vita molto meno frenetico e teorizzano l’haere maru (“prendila calma”). Qui in effetti il tempo scorre lento e dopo un po’ anche i popa’a (gli stranieri) si rassegnano a questo dolce far niente, magari dedicandosi allo snorkeling o alle immersioni. Il sito con la più alta concentrazione di pesci delle Isole della Società è il Passe de Teavapiti, di fronte a Raiatea: un grande assortimento di pesciolini attira gli squali di barriera, le razze e anche alcuni grossi pesce napoleone. Altra esperienza da non perdere è quella a Pointe Manta (nella laguna di Maupiti), dove si radunano le mante.
Se questo dolce far niente proprio non fa per voi, l’unica alternativa è far coincider il vostro soggiorno con una delle tante manifestazioni che si svolgono da queste parti: da fine giugno a fine luglio su varie isole si festeggia l’Heiva, con gare di danza tradizionale e di canto, elezioni di miss e mister Heiva, dimostrazioni di tatuaggio, spettacoli d’ogni tipo e gare di amoraa afae (sollevamento delle pietre), patia fa (lancio del giavellotto) e sbucciatura delle noci di cocco. Ad agosto a Teahupoo (Tahiti) si svolge il Billabong Pro, gara mitica cui partecipano i migliori surfisti del circuito professionistico. Da novembre, invece, c’è la manifestazione sportiva più amata dai polinesiani: l’Hawaiki Nui, gara di canoa che dura tre giorni e tocca quattro isole. Si parte da Huahine e si voga fino a Raiatea, quindi si raggiunge Taha’a e infine Bora Bora. In tutto sono 116 km in mare aperto, spesso in mezzo a onde molto violente. Uno spettacolo straordinario.
di Massimo Poggini