Nel momento in cui è venuta fuori l’idea di un servizio su Toronto, la mia prima reazione è stata: Ma cosa ci vado a fare?. C’ero stato più di 15 anni fa a trovare un amico che ci si era trasferito per aprire uno studio di registrazione e non ne conservavo un bel ricordo: la classica città nordamericana senza nessun appeal, un freddo boia, poco da fare e da vedere. Infatti un paio d’anni dopo il mio amico aveva deciso di vendere tutto e tornare in Italia. Ma proprio in quei giorni diversi quotidiani riportavano la notizia di un’indagine a livello planetario che metteva Toronto al quarto posto tra le città più vivibili (al primo posto, un’altra città canadese: Vancouver). La notizia ha colpito nel segno, e qualche settimana dopo sono salito su un aereo per volare nel capoluogo dell’Ontario.
In effetti in soli 15 anni la città è stata rivoltata come un guanto. Oddio, per forza di cose non ha né potrà mai avere il fascino di una capitale della Vecchia Europa. Ma adesso non è più una metropoli anonima, una sua personalità ce l’ha: non potendo contare su un passato, ha deciso di puntare sul futuro, dotandosi di una serie di edifici ultramoderni realizzati da alcuni degli architetti più illustri. Prendiamo il Royal Ontario Museum, la cui sede originale risale agli anni Venti del Novecento. Nel giugno del 2007 è stata inaugurata la nuova ala, realizzata da Daniel Libeskind: il suo edificio è un’esplosione prismatica al cui interno sono esposte opere d’arte provenienti da un centinaio di Paesi. Poi c’è la cosiddetta Table Top di William Aslop, un parallelepipedo multicolore tenuto sospeso a 40 metri da terra da un treppiede di lunghe matite d’acciaio: al suo interno c’è la sede del locale college di arte & design. Ottimi esempi di ristrutturazione industriale sono la BCE Place (un complesso che include un centro commerciale e vari bar e ristoranti, ridisegnato da Santiago Calatrava) e il Distillery Disctric, una vecchia distilleria in stile vittoriano trasformata in un insieme di gallerie d’arte, laboratori, negozi, bar.
Ma il progetto più amato dagli abitanti di Toronto, inaugurato a fine 2008, è la trasformazione dell’Art Gallery of Ontario, che qui tutti chiamano AGO: l’ha realizzata Frank Gehry, che pur essendo nato qui non aveva mai costruito nulla nella sua città d’origine. Quando si presentò per discutere l’incarico, Gehry rivelò che da piccolo giocava nel parco su cui s’affaccia il museo, e sua nonna abitava in una casa lì vicino. Quel giorno Gehry andò a sedersi su una delle panchine del parco, osservò a lungo il vecchio museo e subito dopo fece uno schizzo del nuovo progetto davanti ai membri della commissione esaminatrice. Quella galleria di 152 metri, tutta travi a vista e vetro, è una meravigliosa veranda per l’arte moderna. AGO è diventato immediatamente la nuova icona della città, anche per quella parete in titanio tinto d’azzurro.
Insomma, non esagera chi parla di “rinascimento culturale” di Toronto: solo i progetti ora descritti sono costati un miliardo e mezzo di dollari, ma la cosa davvero straordinaria è che oltre due terzi di questi quattrini sono frutto di donazioni di privati. Secondo Matthew Teitelbaum, direttore dell’AGO, questo desiderio di donare deriverebbe dal fatto che Toronto è una metropoli giovane, cresciuta attorno alle comunità di stranieri: «Oggi sta crescendo un senso di orgoglio nei confronti della città. E le famiglie ricche, arrivate alla seconda o terza generazione, vogliono rafforzare il proprio legame con la comunità».
In effetti è un crogiolo di etnie, ce ne sono almeno 85, perfettamente integrate, si parlano oltre cento lingue e più della metà degli abitanti è nata fuori dal Canada, un record mondiale. A parte un’infinità di cinesi (esistono ben tre Chinatown), ci sono almeno 150 mila polacchi, 350 mila portoghesi e parecchi irlandesi, concentrati soprattutto a Cabbagetown (che vuol dire “cavolopoli”, con riferimento alla loro abitudine di coltivare cavoli nel giardino di casa). Poi ci sono Korea City, Little India e Greek Town. Ma a parte quella cinese, la comunità più consistente è quella italiana (almeno 500.000 persone): un tempo si stipava a Little Italy, oggi si è estesa a macchia di leopardo in periferia, soprattutto dalle parti di Woodbridge. La terza generazione l’italiano lo parla poco e male, ma curiosamente conosce parecchie espressioni dialettali apprese dai nonni. In ogni caso è orgogliosa delle sue radici: a Toronto si trovano senza difficoltà i prodotti alimentari provenienti dall’Italia e, oltre a un quotidiano locale in italiano, la tv trasmette Rai International e altri due canali multiculturali (Omni One e Telelatino), che propongono parecchie ore di programmi nella nostra lingua.
Questo grande mix culturale fa da volano alla creatività: c’è un’incredibile concentrazione di artisti e intellettuali, tra cui circa 40 mila designer. Anche in un periodo di vacche magre come questo, le autorità locali cercano di incoraggiare in tutti i modi i settori creativi dell’economia: le arti, i media, i film, la tv, la ricerca. Esiste un’agenzia che compra vecchi edifici e li affitta agli artisti a prezzi ragionevoli. Ecco perché in giro c’è una comunità creativa di tutto rispetto. Ed ecco perché Toronto, nonostante la crisi che pure è arrivata fin qui, continua ad organizzare un numero enorme di festival che spaziano dal jazz al rock, dal teatro al cinema. Insomma, un paradiso per i giovani, che la sera possono scegliere tra centinaia di bar e locali dove non si va solo per bere e mettersi in mostra, ma anche per partecipare ad eventi culturali.
Resta da dire del freddo, per gran parte dell’anno la temperatura è davvero rigida: la media di gennaio è -9° C, ma le punte minime che si raggiungono sono ben più basse. La questione è stata (parzialmente) risolta andando a scavare complessi reticoli comunicanti tra loro che si snodano sotto interi quartieri centrali della città. A partire dal 1988 questo sistema sotterraneo ha un nome, Path (vuol dire “sentiero”): il suo sviluppo lineare equivale a una maratona, 42 chilometri. È una specie di città nella città, con almeno 1.200 negozi e attività commerciali di ogni tipo. Non è un mondo a sé stante, infatti ci sono 125 punti d’ingresso ed è collegato a 50 edifici, 20 garage per le auto, 5 stazioni della metropolitana, due grandi magazzini, una stazione ferroviaria e molteplici attrazioni turistiche. Insomma, volendo uno nel Path potrebbe anche viverci. Sicuramente sfuggirebbe al freddo polare, però si perderebbe anche un sacco di attività interessanti.