
Simone Pianigiani, 41 anni, coach “invincibile” della Montepaschi Siena e neo-eletto Ct azzurro per rifondare un movimento (e una squadra) che definire a pezzi è un complimento.
Ancora imbattuto con Siena in campionato e seriamente lanciato in Eurolega, eccolo in una (rara) pausa della sua giornata tipo, che prevede una full immersion tra palestra e scrivania a pensare, disegnare e provare pallacanestro.
Ma quanto tempo dedichi al basket ogni giorno?
«Impossibile quantificare, è un lavoro totalizzante sette giorni su sette con dentro mille passioni. Gli allenamenti in palestra sono una piccola parte: poi ci sono i colloqui con i giocatori, le ore con gli assistenti a vedere filmati di partite, disegnare schemi… si finisce a notte fonda, ma un libro non di basket ogni tanto cerco di leggerlo».
E poi ci sarà quello che vedi in tivù?
«C’è quello che ormai ci scaricano da Internet e analizziamo in ufficio con gli assistenti. Per il futuro in ottica Nazionale, cerco di seguire ogni minuto dei tre italiani in Nba».
Cosa ti piace del sistema Nba?
«Sono due mondi completamente diversi, ma oggi più vicini di un tempo, dato che ci sono molti giocatori europei che passano in Nba e americani che fanno il percorso inverso. Si possono cogliere spunti interessanti a livello di situazioni di gioco».
Hai una squadra o un giocatore che ti piace particolarmente in America?
«Mi piacciano le squadre che provano a giocare di collettivo in una dimensione molto individuale come la loro. Aspetto i play off, quando il gioco si farà duro veramente, per scegliere la squadra dell’anno».
Capitolo Nazionale. Nuova tappa della tua carriera. Da cosa si riparte in vista delle qualificazioni al prossimo Europeo in calendario ad agosto? «Certamente dai tre ragazzi in Nba, un punto di riferimento importante. Difficile però stabilire adesso la loro condizione e disponibilità dopo una stagione logorante in cui si gioca un giorno sì e due no. Intorno a loro mi piacerebbe costruire un nucleo di giovani capace di essere competitivo per i prossimi anni. Marco Belinelli giocava nelle giovanili con Luca Vitali, Danilo Gallinari con Pietro Aradori: la leva cestistica è la stessa. Servirà maturare un po’ di esperienza internazionale, considerato che gi italiani hanno pochi minuti in Eurolega».
Per un professionista metodico che ha costruito i successi sul lavoro quotidiano, preoccupa l’idea di avere per poco tempo a disposizione per lavorare?
«No, perché per lavorare bene avremo cinque settimane di pre-season prima delle partite d’agosto, che è più o meno lo stesso tempo che abbiamo a disposizione per preparare la stagione regolare con i club».
Siena vince (quasi) sempre. Momento più bello?
«Non vorrei fare troppo lo zen, ma mi piace considerarmi in un viaggio in cui il successo più bello sarà il prossimo. Guardandomi indietro mi verrebbe da dire il primo scudetto perché è stato l’inizio di un percorso, ma poi ripenso al secondo... è difficile rispondere».
Squadre da battere quest’anno in Eurolega?
«Per potenziale del roster direi Barcellona e Olympiakos. Subito dietro Real Madrid e il Cska Mosca. Alla resa dei conti avvicinandosi alle final four conteranno molto anche fattori extra-cestistici, come la capacità di reggere la pressione delle sfide clou».
Anche se guardando la classifica sembra un paradosso… chi temi in Italia?
«Penso a Roma, fuori dalle 8 di Coppa Italia, ma capace di dare 20 punti a tanti avversari. A Milano, costruita per vincere».
Hai un modello, in panchina?
«Con tanti anni di apprendistato da assistente ho rubato un po’ di segreti a tutti. Se devo fare un nome però dico Ettore Messina, per il suo equilibrio e attenzione per i dettagli».
Quando hai capito che avresti fatto l’allenatore di basket tutta la vita?
«Ho iniziato giocando a basket. Ero un’ala piccola, che tirava maluccio, difendeva poco e con un fisico da sfigato. A quel punto potevo disperdermi nelle leghe minori o accettare la proposta - che mi è stata fatta molto presto - di allenare ragazzini (a 26 anni, ndr). Ho cominciato con contratti di anno in anno, poi ho fatto tutta la trafila. Vivendo gli anni della crescita della Montepaschi, dalla lotta per la salvezza ai big match in Eurolega, ho avuto la fortuna di provare tutte le esperienze che contano senza muovermi da qui. Proprio una bella fortuna».
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