Giovane, bello, forte, ricco, famoso e stiloso. Può bastare? Claudio Marchisio si presenta all’appuntamento con Max con un abito grigio e mocassini in tinta, gilet, ray-ban a specchio, gemelli luccicanti e chiavi della Porsche in mano. «No, non sto andando a un matrimonio. Noi calciatori siamo sempre molto sportivi: tuta e sneakers. Ma a me piace vestire elegante». Raffinato, diremmo noi. E lontanissimo dallo stereotipo del giocatore tamarro, tutto gel, borsello e trifacciale. Lo paragonano a Tardelli, anche se il mito di Marchisio è l’inglese Gerrard.
A 24 anni è un punto fermo della Juve e della Nazionale. Ha testa, fiato, senso del gol e la freddezza dei grandi. Rivedere, per credere, il gol segnato all’Inter a dicembre: dribbling secco su Samuel e colpo sotto a scavalcare Julio Cesar in uscita. «Il più bel gol della mia vita».
Per la prima volta in carriera hai portato la fascia di capitano (30 minuti contro il Fulham, in Europa League). Che emozione è stata? «Un’emozione grande, ma me ne sono reso conto soltanto alla fine, nello spogliatoio, quando ho riconsegnato la fascia a Del Piero e lui mi ha detto di tenerla come ricordo. Giocare nella Juve è già fantastico, figuriamoci da capitano».
Marchisio “capitan futuro”, come De Rossi nella Roma?
«C’è già Giorgio (Chiellini; ndr) che ha due anni in più di me e una grande esperienza alle spalle. Sa farsi rispettare, sarà lui il prossimo capitano della Juve».
Sogni una finale di Europa League contro il Liverpool di Gerrard?
«Spero soprattutto che in finale ci sia la Juve, non importa chi sarà l’avversaria. Il livello, comunque, è alto: Werder Brema, Olympique Marsiglia. Non sarà facile arrivare in finale».
Torniamo a casa nostra: il terzo posto, con accesso diretto alla Champions League, è un traguardo ancora possibile per la Juve?
«Penso che nella vita niente sia impossibile (se l’è tatuato anche sul braccio: “impossibile is nothing”; ndr), so però che sarà molto difficile. Vogliamo che Roma, Milan e perché no anche l’Inter sentano il nostro fiato sul collo: andare in Champions è troppo importante».
Tre anni fa, all’Empoli, Giovinco era più forte di te. Ma che fine ha fatto? «Quest’anno, per la prima volta, Seba sta patendo qualche infortunio di troppo. Ma il talento e la voglia di lavorare ci sono: lo rivedremo presto».
La Juve cercava l’erede di Nedved, ma alla fine soltanto l’Ospedale ostetrico Sant’Anna lo ha trovato. Puoi raccontarci il progetto che ti vede coinvolto?
«Sono davvero orgoglioso di aver sostituito Pavel come testimonial di un’iniziativa importante che vuole garantire un futuro ai bambini nati prematuri».
Sposato con Roberta, papà di Davide, titolare in bianconero e in azzurro, mai un colpo di testa alla Balotelli. Impegnato, maturo, serio: puoi dirci anche qualcosa da ventenne?
«Sono un patito della Playstation, anche se non ne parlo quanto il Chiello. Siamo completamente malati di Assassin’s Creed II, un bellissimo gioco d’azione che riempie il poco tempo libero che abbiamo».
Ti sei mangiato il bonus per una giovinezza scapestrata con la responsabilità familiare. Hai qualche rimpianto?
«No, ho voluto tutto io: l’altare a 22 anni, un figlio a 23. Se mi prendo grandi responsabilità, fuori e dentro il campo, è merito soprattutto di mio padre: una persona molto quadrata che mi ha insegnato a diventare un uomo».
E’ un vantaggio o un handicap quello di giocare in una Juve che non domina più la grande scena? Più spazio aperto per un giovane o una ribalta meno illuminata?
«Per un giovane giocare in un grande club come la Juve è solo un’opportunità. Certo, questi ultimi anni senza successi iniziano a pesare, ma la nostra rabbia agonistica cresce sempre di più».
Cosa pensi del fatto di punire la bestemmia in campo?
«E’ un problema che potrebbe capitarmi, perché me ne scappano abbastanza. Bisognerebbe però cercare di capire le situazioni: imprecare contro se stessi non penso che sia un delitto».
Non manca molto a Inter-Juve. Stai preparando un altro scherzetto ai nerazzurri?
«Dopo Calciopoli, e con il Toro che non è più regolarmente in Serie A, questa sfida è diventata la più sentita dell’anno, per la rivalità che anima le due tifoserie. La Juve vuole presentarsi a San Siro con una classifica migliore e magari con il quarto posto già al sicuro».
Il Mondiale arriva per te troppo presto, troppo tardi o al momento giusto? «Credo che arrivi al momento giusto. Sono cresciuto molto grazie a Ferrara, il primo allenatore che mi ha trattato come un giocatore da prima squadra e non come un ragazzo della Primavera. Ciro mi ha dato grande autostima e continuità, due qualità che voglio portarmi in Sudafrica».
Timothy Ormezzano
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