Il velista italiano più famoso del mondo è “uno vero”. Definizione forse banale ma calzante per un quarantatreenne dagli occhi sinceri e il viso segnato dal sole e le intemperie.
Con due giri del mondo e 30 traversate oceaniche alle spalle, Giovanni Soldini di cose da raccontare ne ha parecchie e non solo aneddoti da lupo di mare…
Giovanni, sei stato a Valencia durante la Coppa America, il tuo bilancio? «Dal punto di vista tecnico, lo scontro tra multiscafi (Alinghi per la Svizzera e Oracle per Stati Uniti, ndr) è stato molto interessante, ma se guardiamo all’evento in sé, i due team hanno distrutto la Coppa. È stato assurdo costruire barche così grosse e prendersi per i capelli a quel modo (tra i due team, alle spalle, ci sono due anni e mezzo di polemiche e guerra in tribunale, ndr)».
Ma ti aspettavi una vittoria di Oracle così netta?
«Sì, io sono stato un precursore nell’utilizzo dei trimarani. Tutti dicono che il segreto del successo di Oracle sia stato la vela alare ma in realtà tutto parte dalla differenza degli scafi. È stata la struttura del trimarano a permettere di montare una vela così imponente, cosa che Alinghi non ha potuto fare con un catamarano».
Parliamo di te. La tua carriera è stata ricca di successi, soddisfazioni, riconoscimenti ma anche di fatica e sacrifici. Ora che hai vinto tutto hai mai pensato di mollare?
«Mai, i momenti difficili nel mio lavoro non sono quelli in mare ma quelli a terra».
Per esempio?
«Per esempio quando devi cercare i budget. Le barche costano un sacco di soldi e io non lavoro in Formula 1 dove se il pilota Ferrari rompe la macchina la scuderia gliene dà subito una nuova. Poi in Italia non esiste una cultura della vela, c'è un modo di comunicare delle aziende molto antiquato e per di più in crisi. È uno sport minore, si sa, io sono sponsorizzato da 15 anni ma le aziende non mi hanno mai fatto favori, hanno comunque il loro ritorno di immagine e anche economico e sai perché? Perché la vela comunica dei valori positivi: non esiste il doping per esempio, o la violenza dei tifosi».
Quanto è popolare la vela in Italia?
«Il fatto è che la gente non si rende conto che non esiste solo la vela da Coppa America, quella di elite fatta dagli armatori. In Francia per esempio si vede molto di più la vela oceanica, dove la gente può riconoscersi molto di più… è uno sport fatto di avventura e sacrifici, è una sfida sportiva con la natura e con i concorrenti. Con questi presupposti, quindi, è difficile che in Italia diventi una disciplina popolare».
Però tu sei sempre stato attento alla comunicazione…
«Non è vero. Io mi sono inventato tutto, ho dovuto sempre costruire un progetto che avesse un senso, seguendo non solo la comunicazione, ma anche il lato economico e gestionale, oltre a quello sportivo. Tutto. Io sono sempre stato un imprenditore, per questo, da 20 anni, riesco a costruire le mie barche, navigare e sopravvivere. Sicuramente ci sono dei velisti in Italia che guadagnano più di me, ma io sicuramente, rispetto a loro, sono libero».
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