
Era considerato il nuovo Alberto Tomba: veloce, tecnico, un talento puro (anche se sbocciato tardi a causa di una serie sfortunata d’infortuni) nel divorare le piste. Lui recuperò in fretta il tempo buttato, si guadagnò il soprannome di Maestro e nel 2005 riuscì a vincere due bronzi (slalom speciale e combinata) ai Mondiali di Bormio.
Nel 2006 Giorgio Rocca, classe 1975 di Coira (Svizzera) ma livigninese d’adozione, sembrava inarrestabile. Ai Giochi olimpici di Torino di quell’anno si presentò da leader di Coppa del mondo in slalom speciale (cinque vittorie consecutive). Era in perfetta forma. Una vera bomba. E una medaglia (perlomeno) sembrava a portata di mano. Quasi scontata. Ma poi, in gara, è bastata una caduta e… addio sogni di gloria! Una delusione difficile da superare. Ma non per Rocca.
Lo sciatore si “consola” pochi mesi dopo vincendo la Coppa del mondo di specialità (slalom speciale) ma la delusione per il fallimento ai Giochi è ancora scottante. I ripetuti infortuni al ginocchio destro nell’arco della sua carriera (legamento crociato e menisco) hanno inoltre contribuito a frenare il suo potenziale. Oggi, con tenacia, pazienza e molta umiltà Rocca è tornato ad alti livelli e a 34 anni suonati è pronto per la sua ultima sfida prima di appendere gli scarponi al chiodo: i Giochi invernali di Vancouver 2010.
Allora Giorgio, siamo arrivati alla fine? Ancora una stagione e poi il ritiro?
«Esatto, parteciperò al prossimo Mondiale, poi alle Olimpiadi di Vancouver e poi basta… gli infortuni al ginocchio mi hanno causato un sacco problemi, quello destro spesso mi fa male. Non devo mai esagerare altrimenti si gonfia».
Ti senti pronto per Vancouver?
«Sì, ci sto dando dentro e la Coppa del Mondo sarà il banco di prova. Sono due esami molto diversi perché alle Olimpiadi gli sfidanti sono i più forti del mondo ma ogni Nazione può iscriverne solo solo quattro. Inoltre le piste utilizzate per le Olimpiadi hanno pendenze più dolci, sono meno difficili, quindi è necessario andare a manetta, e sfruttare una buona strategia di gara. L’importante è non mancare il colpo, perché si va sul filo dei centesimi».
Cosa farai dopo il ritiro?
«Ma, sicuramente vorrei rimanere nell’ambiente, magari non come allenatore ma come direttore tecnico. Mi piacerebbe mettere a disposizione dello sci tutta l’esperienza che ho accumulato, e cercare di dargli più visibilità, magari organizzando eventi che avvicinino la gente al mio sport. Oggi la tecnologia ti permette di creare piste outdoor anche se le condizioni meteo non lo consentirebbero, pensa se si potesse organizzare a Milano un contest, sarebbe fantastico. Infine, penso che dopo tanti anni di viaggi mi dedicherò tanto alla mia famiglia, ho tre figli piccoli e voglio star loro il più vicino possibile».
Prima citavi la tecnologia: quanto influisce oggi sulle prestazioni?
«Ti aiuta quando sei al top. A parità di attrezzatura però è sempre la capacità dell’atleta a influire maggiormente. Certo, quando c’è disparità di materiali, per esempio nella qualità degli sci, l’atleta che usa il meglio è inevitabile che abbia la vittoria in pugno. È un po’ come nell’automobilismo: puoi anche essere fortissimo, ma se la tua macchina non va c’è poco da fare…».
Quanto ti alleni ogni giorno?
«Mi alleno parecchio, 4 o 5 ore alla mattina e circa due al pomeriggio, palestra compresa».
Qual è stato il momento più emozionante della tua carriera?
«Sicuramente la prima vittoria in una gara di Coppa del Mondo, nel 2003, mi sono sentito veramente in cima al mondo».
Quali sono le tue passioni oltre lo sci?
«Tutti gli sport in generale. Poi le automobili e la musica, in particolare quella italiana, Vasco e Ligabue sopra tutti».
E' l'ora di pranzo di un qualsiasi giovedì feriale a Milano e quando chiamiamo al telefono , all'anagrafe Giuseppe Peveri, classe 1976, lo troviamo a casa del collega Enrico Gabrielli (Calibro 35 e Mariposa), dove stanno provando il loro progetto B: i Calamari. Dente è il cantautore italiano
Tornano sulle scene e sono arrabbiati, più arrabbiati che mai. Quel che è sicuro è che almeno i Litfiba hanno fatto pace tra loro dopo la rottura del 1998. Annunciata già alla fine del 2009 (nonchè reclamata nel brano di Elio e le Storie Tese), la reunion tra Piero Pelù e Ghigo Renzulli, dopo aver
, la rassegna di pittura organizzata (fino al 12 febbraio) dal Whitney museum di New York (USA), non è un evento che farà storia ma racconta la storia dell’arte americana. Presenta quel periodo compreso tra 1920 e 1950 in cui prevalgono due forme espressive: realismo e surrealismo. La prima, è
La classe padronale va all'inferno. 2012: accade non paradossalmente né secondo rinnovata ideologia ma in modo melodrammaticamente realistico in L'industriale del veterano sempre lucido Giuliano Montaldo (Marco Pologrande tv, Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno, I demoni di san Pietroburgo). «È un
Giornalista impegnata, da vent'anni a Parigi, scrive pezzo sul velò d'hiver, la più brutta pagina forse della storia francese, quando i parigini vicini a Petain vendettero gli ebrei ai nazisti e li rinchiusero, a mo di pre-lager-nel velodromo. Non esistono rpove fotografiche, ma esiste la storia di